Venerdì, 22 Novembre 2019 10:56

L'ansia è un'emozione complessa

I disturbi d’ansia rappresentano il problema singolo della salute mentale più ampio degli Stati Uniti (Barlow, 2002) e più di 19 milioni di americani adulti hanno un disturbo d’ansia ogni anno (National Institute of Mental Health, 2001). L’Italia non si mostra molto lontana da questo panorama. Oltre un soggetto su cinque può andare incontro a un disturbo d’ansia nell’arco della vita si legge sul sito del Policlinico Gemelli di Roma e, nel nostro Paese, quasi un milione di persone soffre di attacchi di panico (Istat, 2006).  La letteratura internazionale registra una presenza significativamente maggiore di circa 23 volte in più nelle donne rispetto agli uomini e una percentuale di presenza di panico nell’intera vita che sembra variare tra l’1,5% e il 3/3,5 % (APA, 2014). 

L’ansia è un’emozione complessa che coinvolge aspetti fisiologici (es. sudorazione, vertigini, palpitazioni, vampate di calore, formicolii), cognitivi (paura di perdere il controllo, di morire, di impazzire, scarsa memoria, distraibilità), comportamentali (fuga, evitamento, congelamento) e emotivi (tensione, agitazione, nervosismo, paura, irritabilità) del funzionamento umano (Clark & Beck, 2010).  Da un punto di vista antropologico essa, insieme alla paura, ha da sempre permesso la sopravvivenza degli individui di fronte a situazioni pericolose per sé e per la specie ed è da considerarsi assolutamente funzionale all’esistenza: un’eliminazione totale non è né possibile né auspicabile. Qualora i suoi livelli oltrepassino un range di normalità e tolleranza, tali da interferire con il proprio funzionamento quotidiano, è tuttavia indicato intervenire. E’ il caso per esempio dell’attacco di panico: breve episodio (da pochi minuti a massimo mezz’ora) di ansia intollerabile, di intensa paura o terrore, che insorge improvvisamente. Esso è accompagnato da sintomi somatici e cognitivi e dalla sensazione di pericolo imminente e/o mortale e spinta alla fuga. Il ricco quadro sintomatologico, che in linea generale raggiunge la massima intensità in circa dieci minuti, sfugge al controllo di chi lo vive e vede una grossa attivazione neurovegetativa, che coinvolge principalmente l’apparato cardiorespiratorio (producendo sensazioni per esempio di soffocamento, vampate di calore, costrizione toracica o palpitazioni), l’apparato urinario (es. impellente bisogno di urinare), quello gastrointestinale (es. diarrea, nausea) e sintomi neurologici (es. tremori) e cognitivi (es. paura di morire, paura di impazzire). Generalmente, una condizione di spossatezza, sensazione di testa vuota e possibili vertigini successive lo seguono.

Affinché si possa diagnosticare un Disturbo di panico è necessario che si verifichino ricorrenti e inaspettati attacchi di panico seguiti, per almeno un mese, dalla costante preoccupazione di avere un nuovo episodio o delle conseguenze che ne possano derivare (APA, 2014).

L’esordio del Disturbo di Panico avviene con un attacco di panico improvviso e inaspettato, il quale sembra comparire senza che via sia un elemento scatenante; può, infatti, presentarsi in momenti di tranquillità, nel corso di attività quotidiane (al supermercato, in ascensore, in metro, in autobus, ecc) o addirittura nel sonno.

“Di notte improvvisamente mi sono svegliata, mi mancava il respiro, mi sentivo soffocare. Dovevo prendere assolutamente ossigeno e sono corsa fuori…Ma la situazione non si è calmata, anzi peggiorava sempre più. Mi mancava il fiato, sentivo un dolore al petto e ho pensato che stessi per morire”.

L’intero quadro sintomatologico viene vissuto come un’esperienza drammatica, le cui connotazioni rimangono ben vivide nella mente della persona che lo ha sperimentato tanto che, di fronte alla costante preoccupazione di un loro ripresentarsi (ansia anticipatoria), si mettono in atto una serie di comportamenti che pian piano vanno ad interferire con la qualità di vita e l’adattamento socio-lavorativo. Condotte di evitamento e ricerca di rassicurazioni (per es. presenza di una figura protettiva, bottiglia d’acqua, ansiolitici, sedersi vicino alle uscite) diventano un modo per gestire e per proteggersi dalle conseguenze dannose temute. All’inizio sono relative ai posti in cui si sono scatenati gli attacchi di panico, pian piano si estendono a tutta una serie di situazioni in cui, per esempio, potrebbe risultare imbarazzante gestire la crisi o difficile trovare un aiuto immediato.    

Attualmente il Disturbo di panico viene trattato o con una psicoterapia o con una terapia farmacologica o con combinazione tra queste. Grazie all’utilizzo di protocolli standardizzati, su cui esistono in letteratura numerosi studi che ne dimostrano la validità e l’efficacia, la Terapia cognitivo-comportamentale rappresenta uno degli approcci di elezione nel trattamento (Pompoli et al., 2016).  

 

Mercoledì, 14 Agosto 2019 08:38

Disturbo dipendente di personalità

Per disturbo di personalità si intende “una configurazione pervasiva del carattere di una persona, che rappresenta un’organizzazione difensiva rispetto ai vissuti soggettivi di sofferenza, rispetto agli stress relazionali ed esistenziali, rispetto alle sfide evolutive; essa è caratterizzata da un funzionamento ripetitivo, per lo più non funzionale, proprio per il tipo rigido di risposta che viene messo in atto” (Selvini M. & Sorrentino A.M., 2004).

Secondo il DSM, i disturbi di personalità sono raggruppati in tre tipi differenti cluster sulla base dei tratti che li caratterizzano:

  • Cluster A : personalità bizzarra

  • Cluster B: impulsivi e drammatici

  • Cluster C: personalità ansiosa



CLUSTER C: DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ

All'interno del Cluster C – che racchiude le personalità ansiose – sono inclusi tre disturbi: il disturbo evitante, dipendente e ossessivo compulsivo di personalità.

Secondo il DSM 5 il disturbo dipendentedi personalità è caratterizzato da almeno 5 di questi sintomi:

  • Difficoltà a prendere decisioni quotidiane senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri.

  • Richiesta agli altri di assumersi responsabilità che dovrebbero spettare a loro

  • Paura di essere in disaccordo con gli altri e rischiare disapprovazione

  • Difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri

  • Eccessivo bisogno di protezione e supporto da parte di altri, anche permettendo ad altri di imporre loro stessi piuttosto che rischiare il rifiuto o la disapprovazione

  • Sentirsi vulnerabili e indifesi quando soli

  • Cercare disperatamente una relazione non appena ne è terminata una

  • Preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non essere in grado di prendersi cura di se stessi

     

Secondo l’American Psichiatric Association (APA, 1994), la personalità dipendente è caratterizzata da “una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che porta a un comportamento sottomesso e timoroso della separazione”.

Persone con personalità dipendente hanno infatti tipicamente una visione di sé come persona incompetente, incapace di provvedere da sola a se stessa, ma nonostante ciò degna di attenzione e guida degli altri; e una visione degli altri come persone fonte di protezione e guida (“Solo gli altri hanno le capacità per ottenere soddisfazioni nella vita”), ma anche di possibile abbandono.

Tali visioni di sé e degli altri portano quindi la personalità dipendente a comportamenti volti a mantenere l’altro vicino e ad evitare il rifiuto. Tipico infatti delle persone con questo disturbo è il ricorso ad atteggiamenti compiacenti per ottenere la vicinanza dell'altro.

Alla base vi è la credenza per cui la persona ha necessariamente bisogno dell’altro, perciò l’eventualità che debba prendere una decisione o assumersi una responsabilità o che si possa rompere la relazione con la figura di riferimento sono fonte di forte ansia.

La strutturazione di tale disturbo di personalità sembra essere collegato a uno stile genitoriale iperprotettivo e/o autoritario (Bornstein, 1993,2005), in cui spesso i genitori rispondono a movimenti di autonomia del bambino con critiche e scarsa approvazione, e a forme di attaccamento ansioso ambivalente (Brennan, Shaver, 1998), tipico delle diadi bambino-genitore in cui il caregiver (di solito il genitore) risponde ai bisogni del bambino in maniera discontinua e non prevedibile.

Il lavoro con i pazienti con disturbo dipendente di personalità deve necessariamente partire dall'accompagnamento della persona verso il riconoscimento autonomo dei propri desideri, al fine di attivare e promuovere le prime forme di autonomia. Questi pazienti hanno infatti una visione per cui il raggiugnimento di una propria autonomia costituisce una mincaccia di rottura delle relazioni significative, perciò per loro questo rischio risulta altamente inaccettabile e fonte di angoscia: i paziente rimangono in una condizione di estrema accondiscendenza verso l'altro e adesione alle sue vedute senza esporre o valorizzare le proprie. Importante è pertanto aiutare il paziente a sperimentare che una maggiore autonomia non rappresenta necessariamente una condizione di rottura delle relazioni significative. Inoltre è importante accompagnare il paziente verso lo sviluppo di un maggiore senso di efficacia personale e di gestione della sensazione di vuoto, della paura dell’abbandono e della sensazione di impotenza ed inadeguatezza che spesso sperimentano a contatto con gli eventi di vita quotidiana.

Il disturbo dipendente di personalità è caratterizzato da un insieme di aspetti comuni anche ad altri disturbi, perciò per il professionista risulta essere estremamente importante prestare attenzione ad una corretta diagnosi differenziale. Nello specifico tale disturbo ha caratteristiche comuni ai seguenti altri disturbi di personalità:

  • Disturbo evitante di personalità: i pazienti con disturbo dipendente cercano attivamente di mantenere la relazione con le figure di riferimento significative, mentre i pazienti evitanti hanno timore di essere rifiutati e provano spesso vergogna verso l'altro, motivo per cui tendono ad avere atteggiamenti di approccio all'altro solo se hanno la certezza di essere apprezzati

  • Disturbo borderline di personalità: i pazienti evitanti e dipendenti hanno in comune la paura dell'abbandono, alla quale però rispondono in maniera differente: pazienti evitanti usano un atteggiamento accondiscendente mentre i pazienti borderline rispondono con rabbia e comportamenti manipolatori

  • Disturbo istrionico di personalità: in entrambi i disturbi si ricerca attivamente la ricerca dell'altro, con la differenza che nel caso del disturbo evitante questo avviene tramite atteggiamento accondiscendente, mentre nel disturbo istrionico tramite atteggiamento di ricerca di attenzione costante.



Un modello integrato di psicoterapia individuale e di gruppo

I pazienti con Disturbo Borderline di Personalità presentano quadri clinici caratterizzati da una intensa incapacità alla regolazione delle emozioni, dei comportamenti e delle relazioni interpersonali che determinano una compromissione dell'adattamento psicosociale e difficoltà a mantenere in modo valido e stabile la relazione terapeutica.

È stato necessario mettere a punto strategie specifiche ed efficaci che formulino un progetto di psicoterapia mirato.

In questi pazienti gravi si è ipotizzato che si attivi nella relazione terapeutica inevitabilmente il Sistema d'Attaccamento data la sofferenza e l’innata conseguenza del bisogno di aiuto.

Nell'ipotesi ulteriore e frequente di un attaccamento disorganizzato questo porterebbe ad una relazione terapeutica disfunzionale con esiti di ipercoinvolgimento, burn-out del terapeuta e conseguente drop-out del paziente.

Modi possibili per proteggere la relazione terapeutica sono stati oggetto di studio.

Negli ultimi 10 anni sono stati pubblicati studi controllati secondo i quali, al di là delle diverse correnti teoriche psicoterapeutiche , l'intervento più veloce ed efficace prevede l'adottare setting multipli, ossia psicoterapia individuale e di gruppo e terapia psicofarmacologica.

Tale intervento integrato si è mostrato più efficace del cosiddetto “intervento usuale” che prevede ricovero ospedaliero, terapia farmacologia, successiva presa in carico ambulatoriale per sostegno  psicologico.

I modelli di intervento sono altamente strutturati e standardizzati, prevedono la presenza di due terapeuti in setting distinti ma integrati e coerenti tra loro che permettono di diluire la carica emotiva e rispondere “alla molteplicità con la molteplicità “.

Fonte: Rivista di Psichiatria 2003, 38, 5. Fassone et al.

La musica è una forma di media ampiamente disponibile con la capacità di influenzare gli atteggiamenti e manipolare le emozioni e gli ascoltatori sono attratti dalla musica che riflette o migliora il loro stato emotivo.

Heavy metal, emotivo (emo), hardcore, punk e ciascuno dei loro sottogeneri formano la categoria della musica “estrema" che è caratterizzata da suoni caotici, forti, pesanti e potenti, con voci emotive, spesso contenenti temi di ansia, depressione, isolamento sociale e solitudine. Forse, a causa di queste caratteristiche musicali, è stato affermato che la musica estrema porta alla rabbia e ad espressioni come aggressività, delinquenza, uso di droghe e atti suicidi e può attivare comportamenti aggressivi.  È ugualmente plausibile, tuttavia, che la musica estrema possa essere scelta quando un ascoltatore è arrabbiato, perché la natura eccitante della musica può corrispondere all'eccitazione interna già presente dell'ascoltatore e consentire a lui / lei di esplorare ed elaborare questo stato emotivo.

In questo studio c'erano 40 persone, di età compresa tra 18 e 34 anni, ai partecipanti fu richiesto di ascoltare uno o più generi musicali estremi, come heavy metal, punk, hardcore e screamo, e ascoltare questi generi per almeno il 50% del tempo in cui ascoltavano musica. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale alla musica o alle condizioni di controllo prima dell'inizio dello studio. 

Per evitare influenze estranee sulla frequenza cardiaca, ai partecipanti è stato chiesto di astenersi dal fumare, fare esercizio fisico e bere bevande alcoliche e contenenti caffeina per almeno 3 ore prima di partecipare (ciò è stato controllato con domande nel questionario). Per la registrazione della frequenza cardiaca di base, ai partecipanti è stato fornito un diagramma e le istruzioni su come attaccare gli elettrodi di registrazione, quindi è stato chiesto di sedersi in silenzio per 5 minuti e "non pensare a qualcosa in particolare". 

Sono state poste nove domande dicotomiche (sì / no) durante un'intervista strutturata, riguardo al tempo in cui ascoltavano musica estrema per cambiare un'emozione, ad esempio: " quando sei triste, ascolti della musica che migliora il tuo umore ? “, o per provare pienamente un'emozione ad es: " Quando sei arrabbiato, ascolti musica per sperimentare appieno quella rabbia? "

Le emozioni erano: felici, tristi, arrabbiate e ansiose, con due elementi in più relativi a "innamorato" e "benessere".  Fu messo in evidenza che i sintomi di depressione, ansia o stress erano nella gamma normale e non c'erano differenze tra i partecipanti nelle due condizioni.

Le risposte della maggioranza dei partecipanti concordava con le affermazioni che ascoltavano musica estrema per:

· provare pienamente rabbia (79%)

· per calmarsi quando si sentivano arrabbiati (69%). 

Hanno anche ascoltato musica estrema per migliorare altri stati d'animo negativi come:

·la tristezza (74%) 

· l’ansia (33%)

Una stragrande maggioranza ha affermato di ascoltare musica estrema per 

· migliorare la propria felicità (87%) 

· migliorare il proprio benessere (100%).

Lo scopo di questa ricerca era di testare due serie alternative di ipotesi riguardanti la relazione tra musica estrema e rabbia in condizioni sperimentali controllate. 

La prima serie di ipotesi seguiva una linea di ragionamento della "musica estrema causa la rabbia” e la seconda serie di ipotesi seguiva una linea di ragionamento “la musica estrema aiuta a elaborare la rabbia"

I risultati generali sono stati di supporto alla seconda ipotesi, la maggioranza ha riferito di aver ascoltato musica estrema per una serie di effetti emotivi, il più pertinentemente per sperimentare pienamente la rabbia e calmarsi quando si sente arrabbiato.

Questi rapporti sono stati supportati dai risultati sperimentali. Coloro che ascoltavano musica quando erano arrabbiati non mostravano un aumento della frequenza cardiaca o ostilità soggettiva e irritabilità. Piuttosto, hanno mostrato una diminuzione dell'ostilità soggettiva e dell'irritabilità equivalente a coloro che sedevano in silenzio. La frequenza cardiaca si è stabilizzata ma non ha continuato a salire, suggerendo che la musica scelta dai partecipanti quando era arrabbiata corrispondeva alla loro eccitazione fisiologica e permetteva loro di sperimentarla pienamente.

Questo studio ha scoperto che i fan della musica estrema ascoltano la musica quando sono arrabbiati per abbinare la loro rabbia e per sentirsi più attivi e ispirati. Ascoltano anche musica per regolare la tristezza e migliorare le emozioni positive. I risultati confutano la nozione secondo cui la musica estrema causa rabbia, ma sono necessarie ulteriori ricerche per replicare queste scoperte in contesti sociali naturalistici e per indagare i potenziali contributi delle singole variabili ascoltatrici su questa relazione tra ascolto della musica estremo e elaborazione della rabbia.

 

 

Julian O'Kelly Royal Hospital for Neuro-disability, Regno Unito

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2015.00272/full

Venerdì, 14 Giugno 2019 08:45

Trauma Psicologico

Per trauma psicologico si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come estremamente stressante. Può trattarsi di una minaccia all’integrità fisica, morte o minaccia di morte o eventi che hanno implicato la morte oppure aggressioni fisiche, propria o di altri, o all’identità psicologica, eventi ad esempio come disastri, guerre, malattie gravi ecc.

Questi eventi producono reazioni emotive e corporee importanti, che non sempre il cervello riesce ad elaborare.

L’impatto del trauma psicologico è soggettivo. A seconda delle caratteristiche di personalità, dell’ambiente circostante, della struttura emotiva e cognitiva di ogni persona un evento può essere più o meno traumatico.

La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore.

Eventi che potenzialmente posso scatenare un trauma psicologico non includono solo condizioni estreme e fuori del comune, ma molto spesso possono riguardare anche esperienze di trascuratezza o mancanza di rispetto e accudimento, che influiscono sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul suo senso di efficacia personale.

Anche senza aver subito traumi psicologici con la “T” maiuscola, tutti noi abbiamo subito traumi con la “t” minuscola. Per alcuni può essere stato traumatico essere umiliati alle elementari da un maestro troppo duro, per altri essere mollati, improvvisamente, dal proprio partner; per molti può essere traumatica la perdita del lavoro, oppure un divorzio o la perdita di una persona cara, ma anche un giudizio ricevuto.

Il trauma psicologico è quindi molto frequente e costituisce uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, in particolare di disturbi d’ansia , come il disturbo post-traumatico da stress, ma non solo. 

I sintomi che si possono presentare in seguito ad un’esperienza traumatica non sono univoci. Essi variano a seconda della gravità del trauma psicologico, ma, soprattutto, dipendono dalla risposta soggettiva di chi lo ha subito.

La risposta all’esperienza traumatica è, prima di tutto, emotivo-corporea. Nel caso di un trauma psicologico irrisolto si crea nel cervello una stasi neurobiologica, che impedisce l’elaborazione delle emozioni e delle sensazioni corporee le quali, permanendo nel cervello oltre la conclusione dell’esperienza, sono pronte a riattivarsi in situazioni simili a quella traumatica.

Anche se la persona si trova in condizioni di sicurezza può accadere, infatti, che essa sperimenti le stesse emozioni e sensazioni sgradevoli che aveva provato nel momento in cui è avvenuto il trauma. Per esempio, chi ha avuto un incidente d’auto può continuare a sentirsi a disagio e teso in macchina, anche se consapevole che, da anni, guida senza problemi.

Questa iperattivazione emotiva e corporea può portare allo sviluppo di sintomatologie diverse.

Secondo la classificazione del DSM IV-TR, sono due i disturbi direttamente legati ad esperienze traumatiche irrisolte. Questi sono: il Disturbo Acuto da Stress e il disturbo post-traumatico da stress.

Trattasi di due disturbi d’ansia caratterizzati dai seguenti sintomi: 

  • paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore;
  • rivivere costantemente l’evento traumatico con immagini, pensieri o percezioni ricorrenti e intrusive, sogni, sensazione di rivivere l’esperienza (illusioni, allucinazioni, flashback), disagio psicologico e reattività fisiologica intensa all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico;
  • evitamento di pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma, incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;
  • riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative, sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future;
  • aumento dell’attivazione nervosa, con difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, irritabilità o scoppi di collera, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme.

Se tale sintomatologia si risolve entro 4 settimane parliamo di Disturbo Acuto da Stress, se invece perdura per oltre un mese si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Nella pratica clinica si riscontra, però, che un trauma può dare origine a varie patologie e non solo alle due sopra citate.   

Molti autori, oggi, indipendentemente dall’approccio teorico di appartenenza, sostengono che piccoli e grandi traumi psicologici, vissuti soprattutto in età infantile, hanno un impatto significativo sull’emergere dello stress psicologico e sullo sviluppo di vari disturbi mentali. Anche aspetti caratteriali, come la timidezza o la tendenza al senso di colpa, possono essere la conseguenza di traumi. In particolare, di traumi interpersonali, come rifiuti, umiliazioni, colpevolizzazioni, tanto più gravi quanto più ripetuti.

Un trauma psicologico irrisolto, infatti, costituisce un carico disfunzionale nel cervello di una persona che la rende più fragile rispetto all’impatto con altre possibili successive difficoltà della vita e ne diminuisce la resilienza. Per questo diciamo che un trauma irrisolto tende a “complessizzarsi”, dando vita a modalità di relazione disfunzionali con se stessi, con gli altri e con la realtà interna, che possono diventare la base di sintomatologie diverse.

 

 

Fonte: Dott. Francesco Bulli 

Secondo un recente studio condotto all'Università di Maastricht, sia la cannabis che la cocaina aumenterebbero la risposta impulsiva, ma in modo opposto.

La cannabis è la droga maggiormente utilizzata nell’Unione Europea, seguita subito dopo dalla cocaina. Sebbene la cannabis indebolisca le funzioni neurocognitive nei consumatori occasionali, questi indebolimenti appaiono meno prominenti nei consumatori abituali, a causa della possibile tolleranza sviluppata.

Messaggio pubblicitario È proprio su queste premesse che si basa uno studio abbastanza recente, pubblicato nel 2013, dei ricercatori di Psicologia e Neuropsicologia dell’università di Maastricht in Olanda. L’obiettivo era infatti quello di indagare se gli effetti indebolenti del THC, il principio attivo della cannabis, in consumatori abituali, si fossero presentati in un ampio spettro di funzioni neuropsicologiche oppure selettivamente in specifici aspetti.

Lo studio è stato condotto in Olanda su 61 consumatori regolari sani di cannabis e cocaina, i quali hanno partecipato all’esperimento assumendo sia una dose di cannabis che una di cocaina, sia un placebo, il tutto svoltosi in condizioni controllate di laboratorio. In seguito hanno poi completato un test che li portava a riflettere prima di fare un’azione. Infine i partecipanti allo studio sono stati osservati anche in situazioni nelle quali dovevano compiere un’azione e poi fermarsi.

In questo pacchetto di test le persone impulsive generalmente fanno più errori e hanno tempi più lenti per fermarsi nei compiti, come afferma infatti la responsabile della ricerca Janelle van Wel:

Se la tendenza di una persona ad essere impulsiva aumenta, tenderà a prendere decisioni affrettate, con l’aumento della probabilità di errore da parte sua.

I risultati di questo studio sono decisamente interessanti, sia la cannabis che la cocaina sembrano aumentare la risposta impulsiva, ma in maniera opposta. Sotto l’influenza della cannabis, i soggetti erano più lenti nel rispondere ai compiti e facevano più errori. La somministrazione di cocaina invece causava una risposta più veloce al compito, ma se il partecipante era messo nella condizione di dover controllare il suoi impulsi, faceva comunque più errori.

Come afferma Janelle van Wel, i risultati indicano che i consumatori abituali di cocaina e cannabis si mostrano più impulsivi sotto l’effetto delle due droghe rispetto a quando gli vengono somministrati dei placebo.

Ma qual è quindi il rischio? La stessa vanWell afferma che quest’aumento dell’impulsività dopo l’utilizzo di droga può aumentare la probabilità di sviluppare una dipendenza, con evidenti implicazioni e conseguenze per il soggetto utilizzatore.

Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/05/droghe-impulsivita/