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Venerdì, 03 Novembre 2023 17:42

Le impronte della violenza subita

Le impronte della violenza subita

(Dott.ssa Mara Fantinati)

Chi subisce un’aggressione viene sopraffatto da una esperienza che lascia un segno nella possibilità di continuare a vivere serenamente.

La capacità di pensare sé stessi al sicuro, in un ambiente da esplorare e conoscere, per trovare il proprio posto nel mondo, resterà un desiderio che verrà (forse) realizzato con tanta fatica.

Perché?

Moltissimi autori esperti sul tema della violenza riconoscono come essa sia una esperienza che porta il soggetto a disconnettere una parte del Sé per continuare ad "andare avanti".

Cosa vuol dire?

Se hai subito una esperienza psicologica di critica ripetuta, svalutazione di chi sei e/o cosa fai, oppure hai subito una esperienza fisica di molestia/abuso probabilmente sai che sto parlando, di cosa è accaduto dopo quell’evento in cui ti sei trovato di fronte a qualcuno che ha invaso il tuo spazio di sicurezza.

Magari eri piccolo o più adulto, resta comunque qualcosa dentro di te che Blocca la tua possibilità di sentirti Libero di proseguire nel cammino della tua vita.

Qualcuno ti dirà "hai bassa autostima" oppure "se vuoi davvero una cosa è sufficiente tanto impegno e sacrificio e poi vedrai: riuscirai".

Sappi che non è così.

Per quanto tu sia capace di impegnarti e determinato verso un obieƫtivo, fino a quando quella esperienza non sarà stata "digerita" dal tuo cervello tutta la tua energia psichica non potrà scorrere liberamente: una parte di essa resterà a monitorare che il Blocco sia lì, a Proteggerti dal dolore che tu hai provato e che riprovi ogni volta che il ricordo di quell’evento torna in mente.

Questo che succede è normale: capita che un po’ si pensi alla sofferenza che si sta provando e un po’ si tenti di evitarla, distraendosi.

Prova ad immagine di camminare sulla sabbia, lasciando impronte dei tuoi passi. Immagina di voltarti dopo un po’ e noterai che le impronte sono ancora lì.

La loro forma resta e segna un ricordo nella tua mente.

Se il passo è ricco di emozioni dolorose, sarà faticoso immagazzinarlo/digerirlo nella memoria del cervello, così ogni tanto (o spesso) tornerà a presentarsi nella mente: come se il "guardiano" che "blocca" questo ricordo ogni tanto si addormentasse e quel ricordo riuscisse a scappare da quel "controllo".

Quel guardiano è lì per proteggerti da quella sofferenza, ma ha un costo: l’energia che serve per tenerlo lì.

Le esperienze traumatiche, quelle che lasciano questo tipo di impronte, possono essere elaborate/digerite, nei percorsi di psicoterapia che utilizzano, ad esempio, il Protocollo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). 

Imparare a conoscere i processi che bloccano lo scorrere della nostra energia vitale e trovare come poter vivere, non sopravvivere, dopo un'esperienza violenta sono ciò che ognuno merita nel proprio Libero cammino.  

 

Bibliografia:

  • Clara Mucci: "Trauma e Perdono", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014. 
  • Jean-Paul Mugnier: "L’abuso sessuale in famiglia", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022 

 

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Sabato, 16 Settembre 2023 13:02

Amare troppo: la dipendenza affettiva

Amare troppo: la dipendenza affettiva

(Dott.ssa Enza Cannavale)

Con il termine Dipendenza affettiva si fa riferimento a una forma d’amore patologica e disfunzionale in cui la persona dedica tutta sé stessa al proprio oggetto d’amore trascurando aspetti fondamentali della propria vita e occupandosi / preoccupandosi solo dei bisogni dell’altro.

Si tratta di una forma di amore disadattiva che porta il soggetto ad avere un’attenzione ossessiva e morbosa nei confronti del partner di cui non riesce a fare a meno, malgrado le conseguenze negative.

Il dipendente affettivo sperimenta una perdita di controllo sul proprio comportamento e ricerca continuamente il partner con lo scopo di sperimentare sensazioni piacevoli.

I suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi comportamenti sono focalizzati sul partner che diviene il centro della propria vita e in assenza del quale sperimenta agitazione, angoscia o rabbia.

La relazione sentimentale è vissuta come un modo per riempire i vuoti affettivi sperimentati durante l’infanzia e per appagare bisogni primari trascurati. Essa diviene sempre più centrale e pervasiva fino a rappresentare il modo tramite il quale il dipendente affettivo conferisce un senso alla propria vita.

Dipendenza affettiva e psicologia:

Anche se il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM5) non fa riferimento al costrutto di Dipendenza affettiva, alcuni autori (Valleur & Matysiak, 2004; Carretti & la Barbera, 2005) hanno proposto di classificare la Dipendenza affettiva tra le "New addictions", ossia le nuove dipendenze comportamentali quali ad esempio la dipendenza da internet e il gioco d’azzardo patologico.

Il concetto di dipendenza affettiva entra a far parte del lessico psicopatologico italiano circa alla fine degli anni 80 grazie al libro "Donne che amano troppo" di Robin Norwood, un libro che è diventato una pietra miliare per le donne che soffrono, che amano in modo incondizionato i loro partner, fino al punto di rinunciare a essere sé stesse ed entrando così in una spirale di amore-dipendenza dalla quale è difficile uscire.

Cause della dipendenza affettiva:

Come mai le persone, anche se razionalmente comprendono che il partner non è adeguato, fanno fatica a lasciarlo e diventano succubi dei suoi voleri?

Le motivazioni delle persone coinvolte in un problema di Dipendenza affettiva emergono dall’analisi della loro storia di vita e dalle loro modalità tipiche di pensiero, in particolare:

  • la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati i bisogni emotivi durante lo sviluppo;
  • una storia familiare caratterizzata da carenza di affetto autentico;
  • la tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia un ruolo simile a quello vissuto con i propri genitori;
  • l’assenza durante l’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza.

Tali motivazioni sono alla base del bisogno di controllare in modo ossessivo, la relazione e il partner. 

Il partner si trasforma in qualcosa di indispensabile, da mantenere ad ogni costo, anche quando si è pienamente consapevoli del dolore che la relazione genera e dell’insoddisfazione che si prova. Il prezzo da pagare diventa il sacrificio dei propri bisogni ed in alcuni casi della propria dignità.

Da situazione in grado di generare piacere, di appagare e gratificare, la relazione sentimentale può diventare qualcosa a cui diventa impossibile rinunciare.

Siamo di fronte ad un vero e proprio meccanismo di dipendenza, simile alla dipendenza da sostanze o dal gioco d’azzardo. Infatti, come le persone che fanno uso di sostanze/gioco patologico, coloro che “amano troppo” sperimentano sensazioni di euforia che portano a rinforzare il comportamento di dipendenza. Gradualmente però l’euforia svanisce e viene rimpiazzata da sensazioni di vuoto ed insoddisfazione se l’amore non è ricambiato.

La dipendenza affettiva e la dipendenza da sostanze o dal gioco d'azzardo hanno in comune anche il “senso di urgenza”. Infatti, nonostante si ritenga ragionevole interrompere il comportamento dannoso, nei fatti non si riesce e tale comportamento di dipendenza può essere portato avanti anche quando la relazione amorosa è finita.

La dipendenza affettiva è l’opposto di una relazione sana e matura:

In una relazione sana la persona entra ancora più in contatto con sé stessa, con la propria realizzazione e con i propri bisogni;

Nella dipendenza affettiva invece la persona

  • perde il contatto con sé stessa divenendo vittima della compulsione amorosa;
  • si sente inadeguata e non degna di essere amata;
  • vive nel costante terrore di essere abbandonata dal partner;
  • è tendenzialmente disponibile ed accudente, pronta a sacrificarsi e si illude, così facendo, di rendere la relazione stabile e duratura.

Più il partner è sfuggente, freddo, distante o percepito come tale, più la persona con dipendenza affettiva si sacrifica fino ad annullarsi, si colpevolizza, si mette in discussione e lo rincorre esattamente come fanno i giocatori d’azzardo che “rincorrono la perdita” e non riescono a smettere di giocare.

A volte, a causa di un torto da parte del partner, la rabbia può momentaneamente spingere chi soffre di dipendenza affettiva a dire basta e a chiudere la relazione, ma inevitabilmente i sintomi dell’astinenza (depressione e incapacità di provare piacere, ansia e sensazioni di vuoto) spingono a perdonare e giustificare il partner, rientrando così nel circolo vizioso della dipendenza.

Questo comporta nell’immediato una percezione di sollievo e benessere, ma con il passare del tempo la sofferenza sostituisce il piacere compromettendo il funzionamento individuale con riduzione delle altre attività (lavorative, ricreative e sociali).

Trattamento della dipendenza affettiva:

Il percorso terapeutico in tali casi ha come obiettivo la cessazione delle condotte di dipendenza. A tale fine il terapeuta dovrà fare in modo che il paziente arrivi a raggiungere i seguenti sotto-obiettivi:

  • comprendere il proprio funzionamento;
  • conoscere come si manifesta la dipendenza affettiva;
  • costruire una sufficiente motivazione al cambiamento;
  • riconoscere e gestire i suoi stati emotivi spiacevoli;
  • ristrutturare i suoi pensieri e credenze;
  • eliminare le strategie di coping disfunzionali;
  • comprendere l’importanza del rimuginìo desiderante e della ruminazione nel mantenimento del disturbo;
  • incrementare le sue risorse al fine di avere una vita degna di essere vissuta.

L'importanza della Mindfulness nelle relazioni

Da queste premesse si capisce quanto sia forte il legame tra relazioni interpersonali e benessere. Data la natura profondamente sociale dell’essere umano, avere delle relazioni sane e positive con gli altri è fondamentale per coltivare fiducia e costruire direzionalità nella propria vita.

La Mindfulness è un prezioso alleato per migliorare le nostre relazioni, poiché, oltre ad offrirci un base per sviluppare consapevolezza e stabilità interna, può insegnarci ad ascoltare e osservare in modo aperto sia noi stessi che gli altri quando entriamo in contatto con il mondo esterno.

Nei prossimi mesi Istituto Mente e Corpo offrirà due percorsi sul tema delle relazioni:

  • Mercoledì 11 ottobre inizierà il percorso "Interpersonal Mindfulness", tenuto dalla Dott.ssa Elena Giannoni. Il percorso è indicato a coloro che hanno già esperienza di Mindfulness o che svolgono professioni di cura in ambito educativo e psicologico. Obiettivo del percorso è incrementare la profondità della pratica meditativa individuale e approfondire come la nostra esperienza interiore cambi durante le pratiche meditative relazionali.

  • Giovedì 7 novembre inizierà il percorso "Mindfulness e Relazioni", tenuto dal Dott. Alberto Chiesa. Obiettivo del percorso è aiutare anche i praticanti con esperienza moderata o nulla di meditazione a riconoscere e regolare le proprie emozioni nei contesti relazionali e capire quanto la loro espressione sia fluida, iperattiva o inibita nel rapporto con gli altri.

Riferimenti bibliografici:

  • Carretti & la Barbera, 2005: Alessitimia, valutazione e trattamento;
  • Helen E. et al, 2016: Amore romantico, una dipendenza naturale?;
  • Lebruto et al., 2022: Dipendenza affettiva;
  • Maglia MG et al., 2023: Love Addiction;
  • Robin Norwood, 2013: Donne che amano troppo;
  • Valleur & Matysiak, 2004: Sesso, passione e videogiochi;

 

Il disturbo da shopping compulsivo (compulsive buying disorder o CBD) è un disturbo caratterizzato da un bisogno irrefrenabile e persistente di fare acquisti, che porta a comportamenti di spesa eccessiva e compulsiva. Questo disturbo può avere un impatto significativo sulla vita di una persona, portando a problemi finanziari, relazionali e emotivi. In questo articolo, esploreremo la definizione del compulsive buying disorder, le sue cause, i sintomi associati, i possibili rimedi, il trattamento disponibile e i consigli per la gestione di questa condizione.

Definizione del disturbo da shopping compulsivo

Il CBD si manifesta attraverso una compulsione incontrollabile a fare acquisti. Le persone affette da questo disturbo sperimentano una sensazione di euforia e gratificazione durante l'atto dello shopping, ma spesso si trovano a vivere sensi di colpa, rimorso e stress dopo aver effettuato gli acquisti. Questo ciclo continuo di compulsione e rimorso può creare un circolo vizioso difficile da interrompere.

Cause del disturbo da shopping compulsivo

Le cause esatte del CBD non sono ancora del tutto chiare. Tuttavia, diversi fattori possono contribuire all'insorgenza di questa condizione. Alcuni dei fattori proposti includono:

  1. Problemi emotivi: il disturbo da lo shopping compulsivo può fungere da meccanismo di coping (adattamento) per affrontare l'ansia, la depressione o lo stress.
  2. Bassa autostima: le persone con bassa autostima possono utilizzare gli acquisti come mezzo per migliorare temporaneamente la propria immagine di sé.
  3. Pressioni sociali: la società consumistica in cui viviamo esercita un'enorme pressione per l'acquisto di beni materiali, e le persone possono essere influenzate da questo contesto.
  4. Disturbi psicologici concomitanti: il disturbo da lo shopping compulsivo può essere associato ad altri disturbi come il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), il disturbo bipolare o la dipendenza da sostanze.

Sintomi del disturbo da shopping compulsivo

I sintomi del CBD possono variare da persona a persona, ma alcuni segnali comuni possono includere:

  1. Spese incontrollabili: le persone affette da questo disturbo fanno acquisti in modo impulsivo e incontrollato, spesso acquistando oggetti non necessari o di cui non hanno bisogno.
  2. Sensi di colpa e rimorso: dopo gli acquisti, le persone affette da questo disturbo sperimentano sensi di colpa, rimorso e dispiacere per il denaro speso eccessivamente.
  3. Problemi finanziari: le spese eccessive possono portare a problemi finanziari significativi, come debiti accumulati o difficoltà nel pagare le bollette.
  4. Disturbi emotivi: il disturbo da shopping compulsivo può causare stress, ansia e depressione a causa delle conseguenze negative che comporta.

Trattamento del disturbo da shopping compulsivo

Affrontare il CBD richiede un approccio multidisciplinare che coinvolge diversi aspetti della vita di una persona. Alcuni dei possibili rimedi e trattamenti includono:

  1. Consulenza psicologica: la terapia individuale o di gruppo può essere utile per esplorare le cause profonde del disturbo da shopping compulsivo e sviluppare strategie per affrontarlo.
  2. Gestione dello stress: imparare tecniche di gestione dello stress come la mindfulness, lo yoga o l'esercizio fisico può aiutare a ridurre l'ansia e l'impulso verso gli acquisti compulsivi.
  3. Controllo del budget: creare un piano finanziario dettagliato e mantenere un controllo rigoroso delle spese può aiutare a prevenire gli acquisti impulsivi.
  4. Supporto sociale: coinvolgere amici e familiari di fiducia può offrire un supporto emotivo durante il percorso di guarigione.

Gestione e consigli

Oltre al trattamento professionale, ci sono alcuni consigli che possono aiutare a gestire il CBD:

  1. Identificare i trigger: prestare attenzione ai fattori scatenanti che possono portare a una spesa compulsiva, come lo stress o l'ansia, e sviluppare strategie alternative per affrontarli.
  2. Ritardare gli acquisti impulsivi: prendersi del tempo prima di effettuare un acquisto impulsivo può aiutare a ridurre l'impulso e dare modo di riflettere sulle reali necessità.
  3. Ridurre l'esposizione agli stimoli: limitare l'esposizione a pubblicità e situazioni che promuovono lo shopping compulsivo può aiutare a ridurre la tentazione.
  4. Cercare supporto: unirsi a gruppi di supporto o comunità online con persone che condividono la stessa esperienza può fornire un ambiente di sostegno in cui condividere esperienze e strategie di gestione.

Conclusioni

Il disturbo da shopping compulsivo può avere un impatto significativo sulla vita delle persone che ne soffrono. Tuttavia, con il giusto trattamento, il supporto sociale e la consapevolezza dei propri comportamenti, è possibile gestire e superare questa condizione. È importante ricordare che ogni persona è unica e che il percorso di guarigione può richiedere tempo e pazienza. Con il supporto adeguato, è possibile affrontare il disturbo da shopping compulsivo e ritrovare il controllo sulla propria vita finanziaria e emotiva.

Martedì, 17 Maggio 2022 07:59

Nuovi approcci al trattamento dell'obesità

L’evoluzione del genere umano ha visto un’importante trasformazione dello stile di vita alimentare in termini di quantità, qualità e dispendio energetico. Diversamente dalla facilità di accesso che oggigiorno abbiamo al cibo, i nostri antenati vivevano periodi di scarsa disponibilità o quasi digiuno alternati a periodi di maggior alimentazione. Essa era basata prevalentemente su un alto contenuto di proteine di origine animale, in occasione di caccia favorevole, un medio o basso contenuto di grassi, scarsità di zuccheri semplici ed elevato apporto di fibre e le quantità erano direttamente proporzionali al dispendio energetico necessario al procurarsi il pasto. Aspetto quest’ultimo ben lontano dall’uomo dell’ultimo secolo che, con l’avvento di facilitazioni (quali i mezzi di trasporto) e di abitudini alimentari a favore di cibi pronti ad elevato contenuto di grassi e zuccheri semplici, vede un aumento più che un dispendio dell’introito calorico.

Negli ultimi anni, inoltre, si sta assistendo a una notevole riduzione del tempo trascorso in cucina e parallelamente a una crescente tendenza a consumare pasti fuori casa (mense, ristoranti, rosticceria, ecc) con ripercussioni sulla salute di molte persone. Spesso infatti il cibo che si mangia fuori e i pasti pronti sono significativamente più ricchi di calorie, grassi, sale e zuccheri rispetto ai cibi preparati in casa e questi cambiamenti facilitano l’accumulo eccessivo di scorte energetiche, sotto forma di tessuto adiposo, contribuendo allo sviluppo di una vera e propria esplosione epidemica del sovrappeso e dell’obesità tanto nell’infanzia quanto nell’età adulta. I numeri contenuti nel report WHO European Regional Obesity Report 2022 non sono incoraggianti: in Europa il 59% degli adulti e quasi un bambino su 3 è in sovrappeso o convive con l’obesità. 

Sebbene in alcuni contesti continui ad esistere una riduzione semplicistica del problema obesità alla mancanza di volontà del paziente come unico ostacolo alla buona riuscita del trattamento e del perdere peso - con un conseguente rinforzo di sensi di colpa preesistenti  (Carels, Cacciapaglia, Douglass, Rydin & O’Brien, 2003) e di stigma, cause queste di un aumento della frequenza di comportamenti disfunzionali quali abbuffate, riduzione dell’esercizio fisico, ritiro sociale e evitamento della richiesta d’aiuto a specialisti (Puhl, Himmelstein, & Quinn, 2018) - è ormai risaputo che affrontare gli aspetti di natura emotiva, cognitiva e comportamentale connessi alla perdita e al mantenimento del peso è fondamentale per una buona riuscita (Calugi et al., 2020).

Per tali ragioni molti interventi di salute pubblica hanno tentato di rendere i pasti fuori casa più sani possibili (Todd et al., 2010). Sembrerebbe tuttavia che da soli non siano sufficienti e che il declino della cucina casalinga possa essere altresì responsabile di un aumento dell’obesità. Alcuni risultati in letteratura hanno dimostrato infatti che i cambiamenti nel modo di preparare e cucinare i cibi, legati anche all’integrazione della tecnologia nel preparare il cibo a casa (es. il forno a microonde) e di prodotti alimentari pronti per facilitare la preparazione dei pasti (Caraher et al., 1999; Soliah et al., 2012), possono influenzare sia le  abilità culinarie degli individui che le conoscenze culinarie. 

Partendo quindi dal presupposto che cucinare a casa è associato a una qualità migliore dell’alimentazione, e a tal proposito alcuni autori segnalano appunto un’associazione tra la cucina casalinga e un indice di massa corporea (BMI) minore (Kolodinsky & Goldstein, 2011), e che l’avere buone abilità e conoscenze culinarie è legato ad abitudini alimentari più sane (Condrasky, 2006), i recenti interessi si stanno orientando verso l’individuazione e l’introduzione di nuovi elementi che possano essere d’aiuto al trattamento dell’obesità. 

 

Può un corso di cucina raggiungere quest’obiettivo? Gli studi recenti incoraggiano ad andare in questa direzione: aggiungere corsi di cucina a un trattamento comportamentale per l’obesità sviluppa abilità culinarie che garantiscono la perdita del peso, il suo mantenimento e la qualità della dieta. Generalmente questo tipo di interventi vengono combinati con altre componenti (dieta accordata con un dietologo, esercizio fisico,mindfulness) e sono variabili sia nella durata che nell’impegno dei partecipanti: alcuni prevedono l'apprendimento tramite osservazione altri tramite esperienza attiva. Ad oggi non abbiamo a disposizione interventi che valutino solo l’efficacia di lezioni culinarie e non è quindi ancora chiaro se la cucina produca da sè degli effetti nel dimagrimento o solo se combinata con altre componenti, ma sono sicuramente ben chiari gli effetti a favore.  

 

A tal proposito, nel 2020 Alpaugh e colleghi hanno condotto uno studio con l’obiettivo di determinare se l’aggiunta di lezioni di cucina ad un intervento comportamentale per perdere peso avrebbe aumentato la perdita di peso e la qualità della dieta rispetto ad un intervento standard e di valutare i cambiamenti nelle abitudini alimentari e la frequenza del cucinare.

Sono stati reclutati 56 partecipanti, obesi o sovrappeso, sottoponendoli ad un trattamento comportamentale di perdita di peso della durata di 24 settimane basato prevalentemente su dieta ed esercizio fisico. Successivamente il campione è stato suddiviso in due gruppi: uno ha ricevuto un intervento di cucina attiva, l’altro è stato sottoposto ad un intervento dimostrativo. Dopo sei mesi, i risultati hanno mostrato che i partecipanti coinvolti nel trattamento attivo hanno perso significativamente più peso rispetto a quelli del trattamento dimostrativo (7.3% contro 4.5%) suggerendo quindi che un intervento di cucina attiva unito ad un programma di perdita di peso standard può essere un metodo efficace per aiutare le persone a perdere peso e a dedicare più tempo alla cucina casalinga. Gli interventi dimostrativi, infine, sebbene non aiutino direttamente a perdere il peso, possono portare comunque notevoli miglioramenti nella food agency e in un’alimentazione più sana ed equilibrata (Alpaugh et al., 2020).

 

Dott.ssa Giglio Francesca

 

Bibliografia

 

Alpaugh M., Pope L., Trubek,A., Skelly, J., & Harvey, J. (2020). Cooking as a health behavior: examining the role of cooking classes in a weight loss intervention. Nutrients, 12(12), 3669.

 

Calugi S., Sermattei S., Sartirana M., Camporese L., Filardo D., Campagna S., & Dalle Grave, R. (2020). Il ruolo dello psicologo nella gestione dell’obesità: Position Paper di AIDAP

 

Caraher M. Dixon P. Lang T., & Carr‐Hill R. (1999). The state of cooking in England: the relationship of cooking skills to food choice. British food journal.

 

Carels R. A., Cacciapaglia H. M., Douglass O. M., Rydin S., & O’Brien W. H. (2003). The early identification of poor treatment outcome in a women’s weight loss program. Eating Behaviors, 4(3), 265-282.

 

Condrasky, M. (2006). Cooking with a Chef. Journal of Extension, 44(4), 1-6.

 

Kolodinsky J.M., & Goldstein A.B. (2011). Time use and food pattern influences on obesity. Obesity, 19(12), 2327-2335.

 

Puhl R. M., Himmelstein M. S., & Quinn D. M. (2018). Internalizing Weight Stigma: Prevalence and Sociodemographic Considerations in US Adults. Obesity (Silver Spring), 26(1), 167-175.

 

Soliah L.A.L., Walter J.M., & Jones S.A. (2012). Benefits and barriers to healthful eating: what are the consequences of decreased food preparation ability?. American Journal of Lifestyle Medicine, 6(2), 152-158.

 

Todd J.E., Mancino L., & Lin B.H. (2010). The impact of food away from home on adult diet quality. USDA-ERS economic research report paper, (90).

Venerdì, 22 Novembre 2019 10:56

L'ansia è un'emozione complessa

I disturbi d’ansia rappresentano il problema singolo della salute mentale più ampio degli Stati Uniti (Barlow, 2002) e più di 19 milioni di americani adulti hanno un disturbo d’ansia ogni anno (National Institute of Mental Health, 2001). L’Italia non si mostra molto lontana da questo panorama. Oltre un soggetto su cinque può andare incontro a un disturbo d’ansia nell’arco della vita si legge sul sito del Policlinico Gemelli di Roma e, nel nostro Paese, quasi un milione di persone soffre di attacchi di panico (Istat, 2006).  La letteratura internazionale registra una presenza significativamente maggiore di circa 23 volte in più nelle donne rispetto agli uomini e una percentuale di presenza di panico nell’intera vita che sembra variare tra l’1,5% e il 3/3,5 % (APA, 2014). 

L’ansia è un’emozione complessa che coinvolge aspetti fisiologici (es. sudorazione, vertigini, palpitazioni, vampate di calore, formicolii), cognitivi (paura di perdere il controllo, di morire, di impazzire, scarsa memoria, distraibilità), comportamentali (fuga, evitamento, congelamento) e emotivi (tensione, agitazione, nervosismo, paura, irritabilità) del funzionamento umano (Clark & Beck, 2010).  Da un punto di vista antropologico essa, insieme alla paura, ha da sempre permesso la sopravvivenza degli individui di fronte a situazioni pericolose per sé e per la specie ed è da considerarsi assolutamente funzionale all’esistenza: un’eliminazione totale non è né possibile né auspicabile. Qualora i suoi livelli oltrepassino un range di normalità e tolleranza, tali da interferire con il proprio funzionamento quotidiano, è tuttavia indicato intervenire. E’ il caso per esempio dell’attacco di panico: breve episodio (da pochi minuti a massimo mezz’ora) di ansia intollerabile, di intensa paura o terrore, che insorge improvvisamente. Esso è accompagnato da sintomi somatici e cognitivi e dalla sensazione di pericolo imminente e/o mortale e spinta alla fuga. Il ricco quadro sintomatologico, che in linea generale raggiunge la massima intensità in circa dieci minuti, sfugge al controllo di chi lo vive e vede una grossa attivazione neurovegetativa, che coinvolge principalmente l’apparato cardiorespiratorio (producendo sensazioni per esempio di soffocamento, vampate di calore, costrizione toracica o palpitazioni), l’apparato urinario (es. impellente bisogno di urinare), quello gastrointestinale (es. diarrea, nausea) e sintomi neurologici (es. tremori) e cognitivi (es. paura di morire, paura di impazzire). Generalmente, una condizione di spossatezza, sensazione di testa vuota e possibili vertigini successive lo seguono.

Affinché si possa diagnosticare un Disturbo di panico è necessario che si verifichino ricorrenti e inaspettati attacchi di panico seguiti, per almeno un mese, dalla costante preoccupazione di avere un nuovo episodio o delle conseguenze che ne possano derivare (APA, 2014).

L’esordio del Disturbo di Panico avviene con un attacco di panico improvviso e inaspettato, il quale sembra comparire senza che via sia un elemento scatenante; può, infatti, presentarsi in momenti di tranquillità, nel corso di attività quotidiane (al supermercato, in ascensore, in metro, in autobus, ecc) o addirittura nel sonno.

“Di notte improvvisamente mi sono svegliata, mi mancava il respiro, mi sentivo soffocare. Dovevo prendere assolutamente ossigeno e sono corsa fuori…Ma la situazione non si è calmata, anzi peggiorava sempre più. Mi mancava il fiato, sentivo un dolore al petto e ho pensato che stessi per morire”.

L’intero quadro sintomatologico viene vissuto come un’esperienza drammatica, le cui connotazioni rimangono ben vivide nella mente della persona che lo ha sperimentato tanto che, di fronte alla costante preoccupazione di un loro ripresentarsi (ansia anticipatoria), si mettono in atto una serie di comportamenti che pian piano vanno ad interferire con la qualità di vita e l’adattamento socio-lavorativo. Condotte di evitamento e ricerca di rassicurazioni (per es. presenza di una figura protettiva, bottiglia d’acqua, ansiolitici, sedersi vicino alle uscite) diventano un modo per gestire e per proteggersi dalle conseguenze dannose temute. All’inizio sono relative ai posti in cui si sono scatenati gli attacchi di panico, pian piano si estendono a tutta una serie di situazioni in cui, per esempio, potrebbe risultare imbarazzante gestire la crisi o difficile trovare un aiuto immediato.    

Attualmente il Disturbo di panico viene trattato o con una psicoterapia o con una terapia farmacologica o con combinazione tra queste. Grazie all’utilizzo di protocolli standardizzati, su cui esistono in letteratura numerosi studi che ne dimostrano la validità e l’efficacia, la Terapia cognitivo-comportamentale rappresenta uno degli approcci di elezione nel trattamento (Pompoli et al., 2016).  

 

Mercoledì, 14 Agosto 2019 08:38

Disturbo dipendente di personalità

Per disturbo di personalità si intende “una configurazione pervasiva del carattere di una persona, che rappresenta un’organizzazione difensiva rispetto ai vissuti soggettivi di sofferenza, rispetto agli stress relazionali ed esistenziali, rispetto alle sfide evolutive; essa è caratterizzata da un funzionamento ripetitivo, per lo più non funzionale, proprio per il tipo rigido di risposta che viene messo in atto” (Selvini M. & Sorrentino A.M., 2004).

Secondo il DSM, i disturbi di personalità sono raggruppati in tre tipi differenti cluster sulla base dei tratti che li caratterizzano:

  • Cluster A : personalità bizzarra

  • Cluster B: impulsivi e drammatici

  • Cluster C: personalità ansiosa



CLUSTER C: DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ

All'interno del Cluster C – che racchiude le personalità ansiose – sono inclusi tre disturbi: il disturbo evitante, dipendente e ossessivo compulsivo di personalità.

Secondo il DSM 5 il disturbo dipendentedi personalità è caratterizzato da almeno 5 di questi sintomi:

  • Difficoltà a prendere decisioni quotidiane senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri.

  • Richiesta agli altri di assumersi responsabilità che dovrebbero spettare a loro

  • Paura di essere in disaccordo con gli altri e rischiare disapprovazione

  • Difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri

  • Eccessivo bisogno di protezione e supporto da parte di altri, anche permettendo ad altri di imporre loro stessi piuttosto che rischiare il rifiuto o la disapprovazione

  • Sentirsi vulnerabili e indifesi quando soli

  • Cercare disperatamente una relazione non appena ne è terminata una

  • Preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non essere in grado di prendersi cura di se stessi

     

Secondo l’American Psichiatric Association (APA, 1994), la personalità dipendente è caratterizzata da “una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che porta a un comportamento sottomesso e timoroso della separazione”.

Persone con personalità dipendente hanno infatti tipicamente una visione di sé come persona incompetente, incapace di provvedere da sola a se stessa, ma nonostante ciò degna di attenzione e guida degli altri; e una visione degli altri come persone fonte di protezione e guida (“Solo gli altri hanno le capacità per ottenere soddisfazioni nella vita”), ma anche di possibile abbandono.

Tali visioni di sé e degli altri portano quindi la personalità dipendente a comportamenti volti a mantenere l’altro vicino e ad evitare il rifiuto. Tipico infatti delle persone con questo disturbo è il ricorso ad atteggiamenti compiacenti per ottenere la vicinanza dell'altro.

Alla base vi è la credenza per cui la persona ha necessariamente bisogno dell’altro, perciò l’eventualità che debba prendere una decisione o assumersi una responsabilità o che si possa rompere la relazione con la figura di riferimento sono fonte di forte ansia.

La strutturazione di tale disturbo di personalità sembra essere collegato a uno stile genitoriale iperprotettivo e/o autoritario (Bornstein, 1993,2005), in cui spesso i genitori rispondono a movimenti di autonomia del bambino con critiche e scarsa approvazione, e a forme di attaccamento ansioso ambivalente (Brennan, Shaver, 1998), tipico delle diadi bambino-genitore in cui il caregiver (di solito il genitore) risponde ai bisogni del bambino in maniera discontinua e non prevedibile.

Il lavoro con i pazienti con disturbo dipendente di personalità deve necessariamente partire dall'accompagnamento della persona verso il riconoscimento autonomo dei propri desideri, al fine di attivare e promuovere le prime forme di autonomia. Questi pazienti hanno infatti una visione per cui il raggiugnimento di una propria autonomia costituisce una mincaccia di rottura delle relazioni significative, perciò per loro questo rischio risulta altamente inaccettabile e fonte di angoscia: i paziente rimangono in una condizione di estrema accondiscendenza verso l'altro e adesione alle sue vedute senza esporre o valorizzare le proprie. Importante è pertanto aiutare il paziente a sperimentare che una maggiore autonomia non rappresenta necessariamente una condizione di rottura delle relazioni significative. Inoltre è importante accompagnare il paziente verso lo sviluppo di un maggiore senso di efficacia personale e di gestione della sensazione di vuoto, della paura dell’abbandono e della sensazione di impotenza ed inadeguatezza che spesso sperimentano a contatto con gli eventi di vita quotidiana.

Il disturbo dipendente di personalità è caratterizzato da un insieme di aspetti comuni anche ad altri disturbi, perciò per il professionista risulta essere estremamente importante prestare attenzione ad una corretta diagnosi differenziale. Nello specifico tale disturbo ha caratteristiche comuni ai seguenti altri disturbi di personalità:

  • Disturbo evitante di personalità: i pazienti con disturbo dipendente cercano attivamente di mantenere la relazione con le figure di riferimento significative, mentre i pazienti evitanti hanno timore di essere rifiutati e provano spesso vergogna verso l'altro, motivo per cui tendono ad avere atteggiamenti di approccio all'altro solo se hanno la certezza di essere apprezzati

  • Disturbo borderline di personalità: i pazienti evitanti e dipendenti hanno in comune la paura dell'abbandono, alla quale però rispondono in maniera differente: pazienti evitanti usano un atteggiamento accondiscendente mentre i pazienti borderline rispondono con rabbia e comportamenti manipolatori

  • Disturbo istrionico di personalità: in entrambi i disturbi si ricerca attivamente la ricerca dell'altro, con la differenza che nel caso del disturbo evitante questo avviene tramite atteggiamento accondiscendente, mentre nel disturbo istrionico tramite atteggiamento di ricerca di attenzione costante.



Un modello integrato di psicoterapia individuale e di gruppo

I pazienti con Disturbo Borderline di Personalità presentano quadri clinici caratterizzati da una intensa incapacità alla regolazione delle emozioni, dei comportamenti e delle relazioni interpersonali che determinano una compromissione dell'adattamento psicosociale e difficoltà a mantenere in modo valido e stabile la relazione terapeutica.

È stato necessario mettere a punto strategie specifiche ed efficaci che formulino un progetto di psicoterapia mirato.

In questi pazienti gravi si è ipotizzato che si attivi nella relazione terapeutica inevitabilmente il Sistema d'Attaccamento data la sofferenza e l’innata conseguenza del bisogno di aiuto.

Nell'ipotesi ulteriore e frequente di un attaccamento disorganizzato questo porterebbe ad una relazione terapeutica disfunzionale con esiti di ipercoinvolgimento, burn-out del terapeuta e conseguente drop-out del paziente.

Modi possibili per proteggere la relazione terapeutica sono stati oggetto di studio.

Negli ultimi 10 anni sono stati pubblicati studi controllati secondo i quali, al di là delle diverse correnti teoriche psicoterapeutiche , l'intervento più veloce ed efficace prevede l'adottare setting multipli, ossia psicoterapia individuale e di gruppo e terapia psicofarmacologica.

Tale intervento integrato si è mostrato più efficace del cosiddetto “intervento usuale” che prevede ricovero ospedaliero, terapia farmacologia, successiva presa in carico ambulatoriale per sostegno  psicologico.

I modelli di intervento sono altamente strutturati e standardizzati, prevedono la presenza di due terapeuti in setting distinti ma integrati e coerenti tra loro che permettono di diluire la carica emotiva e rispondere “alla molteplicità con la molteplicità “.

Fonte: Rivista di Psichiatria 2003, 38, 5. Fassone et al.

La musica è una forma di media ampiamente disponibile con la capacità di influenzare gli atteggiamenti e manipolare le emozioni e gli ascoltatori sono attratti dalla musica che riflette o migliora il loro stato emotivo.

Heavy metal, emotivo (emo), hardcore, punk e ciascuno dei loro sottogeneri formano la categoria della musica “estrema" che è caratterizzata da suoni caotici, forti, pesanti e potenti, con voci emotive, spesso contenenti temi di ansia, depressione, isolamento sociale e solitudine. Forse, a causa di queste caratteristiche musicali, è stato affermato che la musica estrema porta alla rabbia e ad espressioni come aggressività, delinquenza, uso di droghe e atti suicidi e può attivare comportamenti aggressivi.  È ugualmente plausibile, tuttavia, che la musica estrema possa essere scelta quando un ascoltatore è arrabbiato, perché la natura eccitante della musica può corrispondere all'eccitazione interna già presente dell'ascoltatore e consentire a lui / lei di esplorare ed elaborare questo stato emotivo.

In questo studio c'erano 40 persone, di età compresa tra 18 e 34 anni, ai partecipanti fu richiesto di ascoltare uno o più generi musicali estremi, come heavy metal, punk, hardcore e screamo, e ascoltare questi generi per almeno il 50% del tempo in cui ascoltavano musica. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale alla musica o alle condizioni di controllo prima dell'inizio dello studio. 

Per evitare influenze estranee sulla frequenza cardiaca, ai partecipanti è stato chiesto di astenersi dal fumare, fare esercizio fisico e bere bevande alcoliche e contenenti caffeina per almeno 3 ore prima di partecipare (ciò è stato controllato con domande nel questionario). Per la registrazione della frequenza cardiaca di base, ai partecipanti è stato fornito un diagramma e le istruzioni su come attaccare gli elettrodi di registrazione, quindi è stato chiesto di sedersi in silenzio per 5 minuti e "non pensare a qualcosa in particolare". 

Sono state poste nove domande dicotomiche (sì / no) durante un'intervista strutturata, riguardo al tempo in cui ascoltavano musica estrema per cambiare un'emozione, ad esempio: " quando sei triste, ascolti della musica che migliora il tuo umore ? “, o per provare pienamente un'emozione ad es: " Quando sei arrabbiato, ascolti musica per sperimentare appieno quella rabbia? "

Le emozioni erano: felici, tristi, arrabbiate e ansiose, con due elementi in più relativi a "innamorato" e "benessere".  Fu messo in evidenza che i sintomi di depressione, ansia o stress erano nella gamma normale e non c'erano differenze tra i partecipanti nelle due condizioni.

Le risposte della maggioranza dei partecipanti concordava con le affermazioni che ascoltavano musica estrema per:

· provare pienamente rabbia (79%)

· per calmarsi quando si sentivano arrabbiati (69%). 

Hanno anche ascoltato musica estrema per migliorare altri stati d'animo negativi come:

·la tristezza (74%) 

· l’ansia (33%)

Una stragrande maggioranza ha affermato di ascoltare musica estrema per 

· migliorare la propria felicità (87%) 

· migliorare il proprio benessere (100%).

Lo scopo di questa ricerca era di testare due serie alternative di ipotesi riguardanti la relazione tra musica estrema e rabbia in condizioni sperimentali controllate. 

La prima serie di ipotesi seguiva una linea di ragionamento della "musica estrema causa la rabbia” e la seconda serie di ipotesi seguiva una linea di ragionamento “la musica estrema aiuta a elaborare la rabbia"

I risultati generali sono stati di supporto alla seconda ipotesi, la maggioranza ha riferito di aver ascoltato musica estrema per una serie di effetti emotivi, il più pertinentemente per sperimentare pienamente la rabbia e calmarsi quando si sente arrabbiato.

Questi rapporti sono stati supportati dai risultati sperimentali. Coloro che ascoltavano musica quando erano arrabbiati non mostravano un aumento della frequenza cardiaca o ostilità soggettiva e irritabilità. Piuttosto, hanno mostrato una diminuzione dell'ostilità soggettiva e dell'irritabilità equivalente a coloro che sedevano in silenzio. La frequenza cardiaca si è stabilizzata ma non ha continuato a salire, suggerendo che la musica scelta dai partecipanti quando era arrabbiata corrispondeva alla loro eccitazione fisiologica e permetteva loro di sperimentarla pienamente.

Questo studio ha scoperto che i fan della musica estrema ascoltano la musica quando sono arrabbiati per abbinare la loro rabbia e per sentirsi più attivi e ispirati. Ascoltano anche musica per regolare la tristezza e migliorare le emozioni positive. I risultati confutano la nozione secondo cui la musica estrema causa rabbia, ma sono necessarie ulteriori ricerche per replicare queste scoperte in contesti sociali naturalistici e per indagare i potenziali contributi delle singole variabili ascoltatrici su questa relazione tra ascolto della musica estremo e elaborazione della rabbia.

 

 

Julian O'Kelly Royal Hospital for Neuro-disability, Regno Unito

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2015.00272/full

Venerdì, 14 Giugno 2019 08:45

Trauma Psicologico

Per trauma psicologico si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come estremamente stressante. Può trattarsi di una minaccia all’integrità fisica, morte o minaccia di morte o eventi che hanno implicato la morte oppure aggressioni fisiche, propria o di altri, o all’identità psicologica, eventi ad esempio come disastri, guerre, malattie gravi ecc.

Questi eventi producono reazioni emotive e corporee importanti, che non sempre il cervello riesce ad elaborare.

L’impatto del trauma psicologico è soggettivo. A seconda delle caratteristiche di personalità, dell’ambiente circostante, della struttura emotiva e cognitiva di ogni persona un evento può essere più o meno traumatico.

La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore.

Eventi che potenzialmente posso scatenare un trauma psicologico non includono solo condizioni estreme e fuori del comune, ma molto spesso possono riguardare anche esperienze di trascuratezza o mancanza di rispetto e accudimento, che influiscono sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul suo senso di efficacia personale.

Anche senza aver subito traumi psicologici con la “T” maiuscola, tutti noi abbiamo subito traumi con la “t” minuscola. Per alcuni può essere stato traumatico essere umiliati alle elementari da un maestro troppo duro, per altri essere mollati, improvvisamente, dal proprio partner; per molti può essere traumatica la perdita del lavoro, oppure un divorzio o la perdita di una persona cara, ma anche un giudizio ricevuto.

Il trauma psicologico è quindi molto frequente e costituisce uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, in particolare di disturbi d’ansia , come il disturbo post-traumatico da stress, ma non solo. 

I sintomi che si possono presentare in seguito ad un’esperienza traumatica non sono univoci. Essi variano a seconda della gravità del trauma psicologico, ma, soprattutto, dipendono dalla risposta soggettiva di chi lo ha subito.

La risposta all’esperienza traumatica è, prima di tutto, emotivo-corporea. Nel caso di un trauma psicologico irrisolto si crea nel cervello una stasi neurobiologica, che impedisce l’elaborazione delle emozioni e delle sensazioni corporee le quali, permanendo nel cervello oltre la conclusione dell’esperienza, sono pronte a riattivarsi in situazioni simili a quella traumatica.

Anche se la persona si trova in condizioni di sicurezza può accadere, infatti, che essa sperimenti le stesse emozioni e sensazioni sgradevoli che aveva provato nel momento in cui è avvenuto il trauma. Per esempio, chi ha avuto un incidente d’auto può continuare a sentirsi a disagio e teso in macchina, anche se consapevole che, da anni, guida senza problemi.

Questa iperattivazione emotiva e corporea può portare allo sviluppo di sintomatologie diverse.

Secondo la classificazione del DSM IV-TR, sono due i disturbi direttamente legati ad esperienze traumatiche irrisolte. Questi sono: il Disturbo Acuto da Stress e il disturbo post-traumatico da stress.

Trattasi di due disturbi d’ansia caratterizzati dai seguenti sintomi: 

  • paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore;
  • rivivere costantemente l’evento traumatico con immagini, pensieri o percezioni ricorrenti e intrusive, sogni, sensazione di rivivere l’esperienza (illusioni, allucinazioni, flashback), disagio psicologico e reattività fisiologica intensa all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico;
  • evitamento di pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma, incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;
  • riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative, sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future;
  • aumento dell’attivazione nervosa, con difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, irritabilità o scoppi di collera, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme.

Se tale sintomatologia si risolve entro 4 settimane parliamo di Disturbo Acuto da Stress, se invece perdura per oltre un mese si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Nella pratica clinica si riscontra, però, che un trauma può dare origine a varie patologie e non solo alle due sopra citate.   

Molti autori, oggi, indipendentemente dall’approccio teorico di appartenenza, sostengono che piccoli e grandi traumi psicologici, vissuti soprattutto in età infantile, hanno un impatto significativo sull’emergere dello stress psicologico e sullo sviluppo di vari disturbi mentali. Anche aspetti caratteriali, come la timidezza o la tendenza al senso di colpa, possono essere la conseguenza di traumi. In particolare, di traumi interpersonali, come rifiuti, umiliazioni, colpevolizzazioni, tanto più gravi quanto più ripetuti.

Un trauma psicologico irrisolto, infatti, costituisce un carico disfunzionale nel cervello di una persona che la rende più fragile rispetto all’impatto con altre possibili successive difficoltà della vita e ne diminuisce la resilienza. Per questo diciamo che un trauma irrisolto tende a “complessizzarsi”, dando vita a modalità di relazione disfunzionali con se stessi, con gli altri e con la realtà interna, che possono diventare la base di sintomatologie diverse.

 

 

Fonte: Dott. Francesco Bulli