Lunedì, 29 Novembre 2021 08:36

Quando la tristezza diventa depressione

È esperienza comune utilizzare e sentire frasi che attingono al mondo della psicologia e che sono diventate parte integrante del nostro vocabolario: “ho l’ansia”, “mi vengono le paranoie”, “mi sento depresso”. Tuttavia tale terminologia è talvolta usata in maniera inappropriata rispetto al reale significato delle parole scelte.

Ricordiamo che il nostro modo di narrarci influenza la nostra percezione ed esperienza di noi stessi, è dunque importante notare come ci raccontiamo.

Ad esempio può capitare che la tristezza venga scambiata per depressione.

Ma quando un’emozione di tristezza sfocia in uno stato depressivo?

La tristezza è un’emozione che tutti nella vita sperimentiamo, e sebbene considerata spesso spiacevole, svolge per noi funzioni importanti sia a livello relazionale che personale: in una situazione di perdita (non pensiamo solo al lutto, ma consideriamo il termine in senso lato), ci permette di fermarci per accogliere la situazione, analizzarla, capire che qualcosa non va ed elaborare il tutto. Tale elaborazione spesso porta a nuovi punti di vista e sollecita in noi cambiamenti. Ecco quindi che si rivela importante accogliere ed ascoltare questa emozione, starci in contatto, per quanto a volte difficile e doloroso possa risultare (lo stesso vale per tutte gli altri stati emotivi che viviamo quotidianamente).

A livello relazionale, i correlati corporei della tristezza comunicano all’altro la nostra difficoltà e rendono possibile una risposta di aiuto e vicinanza. Il nostro sistema di attaccamento lancia dunque un segnale di aiuto.

La tristezza è quindi un’emozione funzionale, che ha motivo di esistere e che ci può anche essere utile nel farci trovare uno slancio al cambiamento.

Quando possiamo parlare di Disturbo Depressivo Maggiore, più comunemente conosciuto come depressione? Il DSM 5 (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) ci viene in aiuto nel delineare i criteri che caratterizzano questo stato di sofferenza. Considerando che esistono molteplici sfumature di sofferenza e che le forme depressive sono varie, le linee guida individuano  nel Disturbo Depressivo Maggiore alcune caratteristiche quali un umore depresso per la maggior parte del giorno; una diminuzione del piacere o interesse in attività che generalmente consideriamo piacevoli; possono essere presenti disturbi del sonno e disturbi dell’appetito, con conseguenti aumento o perdita di peso. Le altre persone potrebbero farci notare che siamo più agitati o al contrario più lenti del solito. Potremmo notare difficoltà a concentrarci e sentimenti di colpa o autosvalutazione. Potrebbero presentarsi inoltre pensieri di morte. 

È bene sottolineare che quando parliamo di salute mentale e di benessere parliamo di un “continuum”, nel quale possiamo sentirci più o meno bene, non pensiamo dunque a uno stato in benessere o malessere assoluti, come se fosse presente un interruttore che ci fa passare da una modalità on a una modalità off. Possono presentarsi dunque momenti di vita in cui la tristezza è particolarmente intensa e pervasiva, senza parlare necessariamente di depressione, e che necessitano comunque della giusta cura e attenzione.

Aldilà dei criteri quindi, qualora ci trovassimo in uno stato di difficoltà e di malessere, non esitiamo a rivolgerci a professionisti che possano prendersi cura di noi e ci aiutino ad affrontare il momento doloroso.

Dott.ssa Valentina Pajola

Recensione del libro:

‘INTENZIONALITA’ DI GUARIGIONE. LA MENTE E LA CURA NEL MONDO DEI QUANTI’ Autore Gioacchino M. Pagliaro
Edizioni AMRITA. Anno 2021

La vita è la ricerca della sintonia con la saggezza dell’universo. In questa frase di apertura al libro, l’autore sintetizza tutto ciò che spiegherà, con prove scientifiche, promuovendo l’introduzione dei principi quantistici, nell’azione di cura. L’attuale visione della vita, dell’uomo e della salute tende a intrappolare la malattia all’interno di metafore belliche (“la patologia è un nemico da sconfiggere”): concezione che confonde la malattia con l’agente patogeno. Invece, la malattia rappresenta la reazione dell’organismo all’agente patogeno. Pertanto, è necessario introdurre metafore che rimandino a concetti di cooperazione tra la reazione dell’organismo e le cure: da qui l’uso dell’espressione ‘intenzionalità di guarigione’ ad indicare come la mente e la cura si influenzino vicendevolmente al fine di creare, quindi, quella cooperazione che può consentire il ritorno al benessere.

L’autore ricostruisce storicamente come l’influenza della fisica classica (modello meccanicistico) abbia portato a rappresentare l’uomo ‘un soggetto biologicamente determinato’, nelle scienze psicologiche e mediche. Successivamente, la spinta delle teorie sociologiche e antipsichiatriche ha consentito di inglobare la dimensione relazionale (nel modello bio-psico-sociale, che tutt’oggi è il riferimento per gli operatori di cura). Pagliaro e colleghi (A.Salvini, G. De Leo, G.Turchi, E.Faccio) hanno teorizzato un modello antropomorfico, proponendo una visione eco-interazionista della salute, della cura e della psicoterapia (Salvini, 2004). Per fare ciò integrarono le ultime ricerche scientifiche sugli effetti del placebo (Benedetti, 2018) e sulla fisica quantistica (Plank,1935, colui che introdusse il termine ‘quanto’).

Nel libro si approfondiscono i concetti di entanglement quantistico, di biocampo, il paradigma di ‘scienza nella coscienza’ fondato da A.Goswami, il termine ‘biofotoni’ coniato da A.Gurwitsch. Pagliaro racconta le più recenti ricerche del premio Nobel per la fisica R.Penrose e dell’anestesista S.Hameroff, i quali, oltre ipotizzare la presenza di fenomeni quantistici nelle sinapsi e nei microtuboli, rilevano che la mente svolge un ruolo determinante nella creazione e nella condivisione della realtà: definendo le proprietà dei fenomeni osservati.

Sembrerebbe, quindi, che l’uomo sia parte dell’universo, non solo per l’origine dei costituenti dell’organismo e per le sostanze chimiche in circolo in esso, ma anche per quanto riguarda le leggi fisiche che lo governano. Tutti gli esseri viventi sono pervasi dall’azione di questo scambio, che, se genera stati di coerenza, favorisce la salute.

Si aprono maggiori possibilità terapeutiche da sviluppare e approfondire nella cura. L’autore offre suggerimenti utili nella pratica clinica, sull’uso consapevole dell’intenzionalità di guarigione, al fine di creare cooperazione e consentire il ritorno al benessere.

Un libro molto interessante e capace di integrare scienza e coscienza nella quotidianità dell’incontro con sè stessi, con l’altro e con ciò che ci circonda.

Bibliografia

-Benedetti F., La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia. Mondadori, Milano 2018.

-Hameroff S., Anesthetic action and quantum consciousness. In “Anesthesiology”, Aug; 129 (2) pp.228-231, 2018.

-Hameroff S., Penrose R., Orchestrated Reduction of Quantum Coherence in brain microtubules: a model for Consciousness. In “Mathematics and computers in simulation”, n.40 pp.453-480,1996.

-Plank M., The universein the light of modern Physic. Allen and Unwin, Londra, 1935. -Salvini A., Psicologia Clinica. Domenighini Editore, Padova 2004.

 

Dr.ssa Mara Fantinati

Lunedì, 10 Maggio 2021 07:51

I concetti base dell'universo LGBTI

Tutti noi abbiamo dei pregiudizi, i più vari, sui più vari argomenti. L’importante è riconoscerli, favorirne la consapevolezza e trovare le strade più opportune per confrontarli con la realtà. In questo modo, spesso, ci liberiamo da paure che scopriamo essere infondate, impariamo e possiamo modificare il nostro comportamento e convivere con ciò che è diverso da noi.

Una delle strade più valide per abbattere il pregiudizio è la conoscenza, la corretta informazione. Scopo di questo articolo è fornire una breve cornice che fornisca le necessarie coordinate per muoversi nell’universo lgbti.

Partiamo con definire l’identità e l’identità sessuale.

L’identità comincia a svilupparsi sin dall’infanzia come interfaccia tra il Sé e l’Altro. Il bambino investe affettivamente le persone che lo circondano e che si prendono cura di lui, contemporaneamente anche queste persone investono affettivamente sul bambino attraverso la cura l’educazione, la trasmissione di valori, in modi consapevoli ma anche automatici.

L’identità sessuale è una dimensione soggettiva e personale del proprio essere sessuato. E’ l’esito di un complesso processo denotato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici, socioculturali ed educativi. L’identità sessuale è composta da 4 fattori: il sesso biologico, l’identità di genere, l’orientamento sessuale ed il ruolo di genere.

Il sesso biologico è l’appartenenza ad una categoria biologica e genetica, ovvero maschio/femmina. La lettera I designa le persone intersessuali cioè quelle persone che fin dalla nascita e per uno sviluppo atipico dei caratteri sessuali, presentano caratteristiche biologiche non facilmente attribuibili ad uno dei due sessi.

L’identità di genere è il riconoscimento soggettivo e profondo di appartenere ad un sesso e di non appartenere all’altro. E’ un processo che inizia dalla nascita ed è multifattoriale perché è il risultato di interazioni tra biologia, attitudini genitoriali, educazione e contesto socioculturale. 

Esistono alcune persone che vivono una discordanza tra il sesso biologico e l’identità di genere. Ad esempio una persona nata con il sesso maschile può crescere e sentirsi come una donna. Il vissuto soggettivo riportato è spesso quello di sentirsi intrappolati in un corpo sbagliato. Questa condizione identitaria definita identità transgender (lettera T) può causare molte sofferenze perché il cammino di accettazione di sé può essere difficile spesso amplificato dalla disapprovazione sociale e famigliare.

Rientrano in questa dimensione: 

Transessuali: generalmente si sottopongono a trattamenti ormonali e/o chirurgici per cambiare (femminilizzare o mascolinizzare) il proprio corpo;

Crossdresser: indossano vestiti tipicamente associati al genere opposto a quello loro assegnato alla nascita;

Genderqueer: non sentono di appartenere né al genere maschile né femminile e che, indipendentemente dal sottoporsi o meno ad interventi di RCS (riassegnazione chirurgica del sesso), rifiutano i binarismi di genere;

Drag queen e drag king: indossano abiti tipici del genere opposto adottando atteggiamenti iper- femminili o iper- maschile

Oggi non si parla più di disturbo dell’identità di genere che metteva al centro la patologia ma di disforia di genere intesa come sofferenza, legata al vissuto della propria identità di genere.

L’orientamento sessuale indica la direzione della sessualità di una persona indipendentemente dal genere a cui tale individuo appartiene. E’ inteso come l’insieme di sentimenti, pensieri erotici e fantasie sessuali verso una persona dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o di ambi i sessi (bisessualità). Sono tutte varianti naturali del comportamento umano. LGB:  lesbiche, gay, bisex.

Il ruolo di genere. L’insieme di ruoli, comportamenti, emozioni, spazi, attitudini che la società si aspetta che ognuno di noi assuma come conseguenza di avere un sesso biologico maschile o femminile si chiama genere. Il genere è una costruzione socio culturale che definisce confini rigidi tra ciò che vuol dire esser uomo e essere donna. Ci si aspetta ad esempio che una bambina giochi con le bambole e un bambino con le macchinine. La rigidità di tale visione determina stereotipi di genere.

Dentro questa cornice teorica esistono svariate unicità difficilmente riconducibili a categorie predefenite. 

 

Dott.ssa Katia Guadagnini

 

Martedì, 23 Giugno 2020 14:31

Trauma e Yoga

 

La parola trauma deriva dal greco e significa ferita. Questa ferita è una frattura, se la consideriamo dal punto di vista del funzionamento del corpo. Questa ferita è dell’anima, se la osserviamo da un punto di vista psicologico: l'etimologia del termine psiche (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, "respirare, soffiare") si riconduce all'idea del 'soffio', cioè del respiro vitale; presso i greci designava l'anima in quanto originariamente identificata con quel respiro. Pertanto il concetto di trauma integra l’idea di una discontinuità di funzionamento tra un prima e un dopo, rispetto ad un evento che causa questa frammentazione nel fluire della vita, fisica e psichica.

Il termine yoga, deriva dal sanscrito (devanāgarī: योग) e porta con sè diverse definizioni, che nel complesso sottendono sempre all’idea di un cambiamento, che conduce ad un punto mai raggiunto precedentemente. Ripercorrendo i secoli, troviamo l’idea che lo yoga è lo sviluppo, da uno stato a un altro, più elevato; lo yoga è l’unione, l’unificazione di due cose; lo yoga è azione compiuta con attenzione totale e continua.

Potremmo quindi pensare che vivere un’esperienza traumatica generi effetti sia sul corpo sia sulla psiche e che praticare yoga potrebbe sviluppare un cambiamento, che integri quei vissuti frammentati, dall’esperienza traumatica, permettendogli di evolvere verso uno stato di salute. Per aiutare le persone che sviluppano un Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), a seguito di traumi singoli o complessi, all’interno del Trauma Center di Brookline (USA) è nato il Trauma Center Trauma

Sensitive Yoga (TCTSY)

David Emerson, autore del TCTSY e direttore del Center for Trauma and Embodiment al Justice Resource Institute, ha affermato che un numero crescente di studi dimostra i benefici dello Yoga sia per problemi medico-organici sia per disturbi legato alla salute psicologica. Le persone che sviluppano un PTSD spesso mostrano una sintomatologia che ostacola la possibilità di creare uno spazio di fiducia personale e interpersonale, utile ad ascoltare e riconoscere le ferite del corpo, in quanto esse sono automaticamente associate alle ferite dell’anima. I ricordi traumatici, caratterizzati dall’insieme di immagini, pensieri, emozioni e sensazioni del corpo, tendono ad essere evitati/rimossi poiché ‘pericolosi’ per il sistema di sopravvivenza. Pertanto, per renderli più accessibili e ‘digeribili’ lo yoga può esser inserito in un percorso di trattamento di cura del PTSD.

David Emerson ha sviluppato un modello di Yoga più vicino alle esigenze delle persone con una storia di trauma complesso, caratterizzato da una combinazione tra pose (posture) e attenzione al respiro, in cui il concetto di possibilità e libertà ad accedere ad esse, consente di accrescere la fiducia personale nell’esplorare le percezioni interne. Questo strumento di trattamento potenzia quindi l’esperienza di sicurezza interpersonale e migliora il grado di consapevolezza dei blocchi fisici ed emotivi, attraverso l’ascolto delle sensazioni del corpo e il riconoscimento delle interpretazioni ad esse associate, mentre le pose fluiscono e possono esser liberamente interrotte e modificate dalla persona durante la pratica: aspetto fondamentale per consentire lo sviluppo della fiducia intra e interpersonale.

Mara Fantinati

Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Supervisore EMDR, Insegnante Odaka Yoga

 

- Desikachar T.K.V. ‘Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata’. 1995. Ubaldini

Editore-Roma

- Emerson D. ‘Trauma Sensitive Yoga in Therapy. Bringing the Body into Treatment’. 2015, WW

Northon & Co

L’esperienza dell’emergenza sanitaria e dell’attivazione delle misure preventive di chiusura nelle proprie abitazione ha cambiato gli equilibri delle persone che vivono nella stessa casa: famiglie, coppie, coinquilini si sono ritrovati a gestire una vicinanza nuova fonte anche di tensione e conflitti.

Il significato etimologico del termine conflitto deriva da “confligere”, combattere e si palesa come contrasto tra parti opposte. Il conflitto viene generalmente agito con comportamento aggressivo nella modalità passiva o attiva. 

Lo stile aggressivo-passivo è caratterizzato da comportamenti inibiti, conformistici e compiacenti. Le persone che utilizzano questa modalità evitano lo scontro adattandosi in maniera eccessiva alle richieste provenienti dal mondo esterno. I bisogni dell’altro diventano più importanti dei propri. Alcuni pensieri tipici: “Io sono inferiore agli altri”; “ Ciò di cui si interessano gli altri è più importante delle cose di cui mi occupo io”; “Non voglio ferire gli altri”. Prova vergogna, imbarazzo, ansia, colpa. Con il tempo la disistima di sé aumenta e si perde il contatto profondo con se stessi.

Lo stile aggressivo-attivo è caratterizzato da comportamenti di dominio, prevaricazione e svalutazione. L’aggressivo è in grado di dire cosa pensa e cosa vuole utilizzando una modalità impositiva che non considera l’esperienza ed il vissuto dell’altro. Alcuni pensieri tipici: “Sono superiore agli altri”; “Gli altri devo accondiscendere senza criticarmi; “Non ho bisogno di nessuno”. Prova impazienza, intolleranza, rabbia, rancore. L’atteggiamento aggressivo può portare ad un’intensificazione della passività dell’altro o, qualora l’interlocutore utilizzi la stessa modalità, a conflitti importanti e rotture relazionali.

Si può apprendere a gestire il conflitto ed imparare ad agire un comportamento assertivo.

L’assertività si declina come la capacità della persona a riconoscere le proprie esigenze (autoconsapevolezza) ed affermarle (esprimerle) in un dato contesto mantenendo un buon rapporto con l’ambiente. La persona assertiva autoafferma i propri bisogni riconoscendo i bisogni dell’altro. Pratica la negoziazione ed il compromesso senza rinunciare a ciò che profondamente sente. Alcuni pensieri tipici: “Posso affermare i miei diritti rispettando quelli degli altri”; “E’ importante credere in se stessi e negli altri”; “Se esprimo il mio dissenso o rifiuto una richiesta non penso, per questo, di trattare male gli altri”. Prova gioia benessere tristezza fastidio perché riesce a “sentire” e ad esprimere  tutte le emozioni. Imparare ad essere assertivi porta ad accrescere la fiducia in se stessi, a migliorare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti.

Diventare assertivi è possibile. E’ fondamentale imparare a conoscersi profondamente, comprendere la propria storia ed individuarne i momenti significativi con uno sguardo realistico rivolto a come si vive il proprio presente.

La comunicazione efficace e l’ascolto attivo giocano un ruolo fondamentale. Tali abilità possono essere apprese in percorsi psicologici pensati ad hoc.

Dott.ssa Katia Guadagnini

Gli effetti più devastanti di questa pandemia sono sicuramente quelli vissuti dalle vittime dirette e dai loro familiari. Ci possono essere  conseguenze anche in coloro che svolgono professioni  sanitarie  “ad alto rischio”, ma anche nel personale amministrativo e gestionale a  seguito del contatto con persone infette e/o traumatizzate. 

Nonostante  medici, infermieri, operatori sanitari interni ed esterni agli ospedali siano adeguatamente preparati ad affrontare eventi fortemente stressanti, le catastrofi come eventi naturali e pandemie  creano  stati di emergenza che,  da una parte predispongono e attivano in modo efficace al  contenimento dei danni,  ma, dall’altra, predispongono alla possibilità che compaiano  problemi da un punto di vista psicologico.   

Ricerche condotte sul personale addetto alle emergenze, tra cui il personale sanitario, indicano chiaramente come essi presentino reazioni negative a livello psicologico, fisico e sociale, con conseguenze sia su un piano personale che professionale.

Sebbene esista un’innegabile componente di soddisfazione personale, svolgere professioni d’aiuto,  in condizioni altamente stressanti, sotto minaccia di eventi improvvisamente troppo grandi per permettere una difesa e una gestione immediata ed efficace, porta ovviamente a conseguenze negative sul piano emotivo.

Tra le principali cause di rischio di sviluppare conseguenze stressanti in questo periodo ci sono: l’imprevedibilità degli eventi, la mancanza di informazioni e protezioni adeguate per sé stessi e i colleghi (e di conseguenza per i cari), il numero alto di vittime, la fatica fisica, strutture operative inadeguate. Le principali conseguenze sono l’alto stress, il burnout, la traumatizzazione secondaria (o trauma vicario).

La condizione di alto stress: 

L’alto stress rappresenta il principale rischio occupazionale degli operatori. Come possiamo aiutare in questa situazione? Le strategie di aiuto in situazioni di questo genere mirano a: ridurre gli effetti negativi prodotti dallo stress grazie, per esempio, ad una ristrutturazione cognitiva il cui obiettivo è porre l’attenzione più agli aspetti positivi che a quelli negativi della situazione; aumentare la consapevolezza di maggiore controllo su di sé e sulla situazione; condividere le esperienze con colleghi o amici e familiari per gestire meglio le emozioni.

La traumatizzazione vicaria.

Come detto, il personale a diretto contatto con persone che stanno vivendo un forte trauma  può sviluppare una condizione di traumatizzazione che, per questo, viene definita stress traumatico secondario o trauma vicario. Infatti, i sintomi della traumatizzazione secondaria sono sovrapponibili ai principali sintomi da stress post-traumatico.  I sintomi presentati potrebbero essere di iper-attivazione, forte ansia o rabbia e irritabilità, difficoltà alla concentrazione e disturbi del sonno. Accanto a questi, pensieri intrusivi o immagini ricorrenti, percezioni e incubi legati al riproporsi di memorie traumatiche. Inoltre, possono attivarsi condotte di evitamento finalizzate ad evitare luoghi o persone legate al trauma, ma anche dettate dalla paura di  sperimentare emozioni  penose dalle quali si sentono invasi.

Cosa possiamo fare per sostenere chi si trova  in questa condizione? Riconoscere questa situazione, immediatamente sostenere e stabilizzare questa sofferenza e attivare interventi post- emergenza specifici per la prevenzione della traumatizzazione secondaria e inviare a specialisti esperti in traumi.

Il burnout 

Ciò che brucia le energie dei lavoratori, soprattutto quelli che esercitano professioni d’aiuto, ma ovviamente   estendibile a qualsiasi categoria professionale in condizione di sovraccarico, è la sensazione di sovraffaticamento per iper richiesta, pensata ingiustificata, di risorse fisiche ed emotive. Può presentarsi la sensazione di distacco da pazienti/utenti, la ridotta percezione di efficacia personale e lavorativa, ansia, tristezza e iperirritabilità, disturbi del sonno e forte affaticamento. La conseguenza può coinvolgere sia il singolo lavoratore in termini personali e professionali, ma anche l’utenza e l’organizzazione tutta, a causa di possibile assenteismo, continue minacce di lasciare  il lavoro, bassa produttività.

Come possiamo aiutare?

Il burnout, dicevamo, insorge non soltanto come una sofferenza della persona, ma anche come una fatica organizzativa del posto di lavoro. Gli interventi di aiuto in una situazione di emergenza saranno mirati al sostegno del singolo lavoratore e saranno estesi al gruppo di lavoro e ai manager e dirigenti. Abbiamo riportato brevemente quali potrebbero essere le condizioni psicologiche degli operatori coinvolti nella gestione delle emergenze. Gli specialisti impiegati saranno psicoterapeuti esperti in psicotraumatologia, psicologi delle organizzazioni e psicologi sociali. In generale, qualsiasi intervento ha come obiettivo finale la prevenzione del burnout, della traumatizzazione secondaria e il rientro in una condizione di “nuova normalità” grazie alla promozione di una mentalità resiliente, ossia la capacità di usare le proprie risorse per superare i problemi.

Ciò che spesso manca, e nel nostro contesto socio-culturale particolarmente,  è l’attenzione da parte degli specialisti delle risorse umane verso i professionisti delle emergenze. Da ciò deriva un inevitabile limite per i progetti efficaci di intervento, ma questo limite può anche diventare occasione di un più ampio spettro di proposte di sensibilizzazione in questo senso.

 

Angela Draisci

 

Fonti:

Figley 1999

Van der Ploeg, Dorresteijn, Kleber, 2003

DSM V (APA 2013)

Goleman, 1995

Mc Cann, Pearlmann 1990

Maslah, Jackson, Leiter 1996, 2008 

Lunedì, 20 Aprile 2020 08:46

Adolescenti e abuso di cannabinoidi

Si sta diffondendo sempre più  l’ informazione  non corretta  secondo cui gli “spinelli” non farebbero male.

Molti giovani pensano  che qualche “canna” non faccia danni, ossia che non sia capace di creare nessuna modifica al cervello.

Esiste una ricerca pubblicata dal Journal of Neuroscience secondo la quale sono effettivamente sufficienti  poche “canne”  per modificare la struttura del cervello soprattutto in età adolescenziale.

Lo studio ha preso in esame 46 giovani di 14 anni che avevano fatto uso saltuario di cannabis (anche solo due volte). L’esito dell’osservazione ha portato ad evidenziare  variazioni nel volume del cervello, alterazioni a livello dell’amigdala (centro di integrazione e regolazione delle emozioni) e dell’ippocampo (centro di modulazione della memoria e delle abilità spaziali).

L’ipotesi degli studiosi è che la cannabis intervenga nei processi di rimodellamento dei neuroni  (pruning) che si attua nel nostro cervello almeno fino ai 18 anni.

Il pruning, la potatura, serve a rimuovere dal nostro cervello connessioni che non servono man mano che cresciamo, rendendolo  più  “plastico”, ossia più capace di mantenere efficienti  le sue funzioni, quando abbiamo la necessità di imparare  informazioni  nuove e complesse.

Molti ricercatori hanno collegato alterazioni del pruning  all’esordio di disturbi psicotici e neurologici.

Angela Draisci

Fonti:

K. Richardson Gill, MD: “ What is synaptic pruning?”  Healthline  January 2018

“Grey matter volume  differences associated with extremely low levels of cannabis use in adolescence” The Journal of Neuroscience

L’emergenza “Corona virus” ci sta mettendo a dura prova sia fisicamente che psicologicamente.

In questo periodo molti di noi fanno fatica a regolare le proprie emozioni: proviamo tristezza, rabbia, paura, angoscia, terrore e panico; l’emozione è tanto più intensa quanto più presumiamo che il pericolo sia grande.

Vi sono delle ragioni se gli esseri umani provano delle emozioni: noi non possiamo impedire l’emergere delle emozioni in quanto si tratta di reazioni normali che costituiscono fonte di informazione. 

Le emozioni infatti ci consentono di sopravvivere, ci motivano all’azione, ci permettono di reagire in modo veloce rispetto al pericolo, possono essere segnali che qualcosa sta accadendo in un determinato momento.

Soffermiamoci ad esempio sull’emozione della paura. Noi e gli altri mammiferi sperimentiamo la paura ogni qualvolta percepiamo o ipotizziamo una minaccia. Pensiamo ad una gazzella che sta pascolando in una savana che sente all’improvviso un rumore tra la vegetazione…Tutti i sensi sono alla ricerca di un indizio…un altro scricchiolio e la gazzella scappa.

La gazzella deve la sua sopravvivenza proprio alla paura, al perfetto funzionamento del suo sistema di allarme e all’efficacia della sua corsa, che le consentono di avvertire il pericolo e di reagire prontamente, anziché diventare pasto per un leone.

La paura ci segnala il pericolo e ci mette nelle condizioni di metterci in salvo. E’ tra tutte le emozioni quella più automatica, che si attiva senza pensare e prevale su tutte le altre.

La paura è rivolta al futuro, ci fa preoccupare per quello che potrà accadere, è una sorta di sentinella che ci tiene in allerta per possibili pericoli. Sperimentare la paura è del tutto normale in questo periodo e mettere in atto tutte le azioni (restare in casa, lavarsi le mani frequentemente, utilizzare la mascherina e i guanti) ci consente di porre al sicuro noi stessi e gli altri.

E’ importante accettare questa emozione, cosi come la sua “sorella” più evoluta, l’ansia, quest’ultima caratterizzata da una sovrastima del pericolo - percepito come in grado di giungere da qualsiasi parte - e da una sottostima della capacità di affrontarlo, schiacciati da un forte senso di vulnerabilità.

Perché se noi rinunciamo a vivere delle esperienze nella convinzione che provare paura ed ansia sia dannoso, consumiamo gran parte della nostra energia per sfuggire a queste esperienze. 

Arriviamo alla non accettazione di una parte di noi e della nostra vita e poniamo in essere comportamenti dannosi.

Spesso gli eventi interni dolorosi sono come sabbie mobili, più ci dimeniamo per uscirne, più ci fanno affondare.

Un’emozione ha una sua funzione, è necessario avvicinarsi ad essa il più possibile, perché ci fa più male combatterla.

Dunque è’ importante riconoscere le emozioni che proviamo in questo periodo, dare ad esse spazio, non impedire che emergano. Riconoscere quali sono i pensieri che le accompagnano, soprattutto se sono emozioni e pensieri scomodi.

Proviamo ad accettare che alcune esperienze sono spiacevoli e possiamo provare tanta ansia e frustrazione nell’affrontarle.

Proviamo ad essere nel “qui e ora” e ad accettare che questo è il momento che la nostra vita ci propone.

Accettazione non significa affatto rassegnazione ma soltanto accettare ciò che non possiamo cambiare, aprendoci tuttavia a nuove strade e al cambiamento che esse comportano. 

Certamente in questi giorni siamo tutti confusi e preoccupati, ci rendiamo conto che ci sono - e ci saranno - tanti ostacoli nella nostra vita: problemi privi di soluzione immediata, obiettivi che dobbiamo rimandare, un immanente senso di perdita. 

Ma possiamo comunque utilizzare questo tempo per vivere la nostra vita nel migliore dei modi, per fare le cose che contano veramente per noi. Non sarà affatto tempo perso.

 

Domandiamoci:

“Come posso prendermi cura di me? 

“Cosa posso fare per gli altri che sono in casa con me?”

“Cosa posso fare per la comunità in questo momento?

E in base ai nostri valori agiamo per vivere con atteggiamento gentile e costruttivo questo periodo, prendendoci cura di noi stessi e degli altri.

Continuare ad essere una risorsa per gli altri è possibile: anche se siamo lontani fisicamente possiamo essere vicini emotivamente.

 

Preghiera della serenità

 

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, 

Che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare,

Che io possa avere soprattutto la saggezza per conoscere la differenza.

Vivendo un giorno per volta;

assaporando un momento per volta;

accettando la difficoltà come sentiero per la pace.

Prendendo questo mondo  così com'è, non come io vorrei che fosse.

Che io possa essere ragionevolmente felice in questa vita. (Tommaso Moro)

 

 

Dottoressa Enza Cannavale

Mercoledì, 07 Agosto 2019 10:03

Stress da lavoro, segnali di allarme

Molto spesso per diverse motivazioni tra cui disagio coi colleghi, tensioni col capo, portano se prolungate, a un forte stress che ricade inevitabilmente sulla salute e sull’equilibrio psichico.

Troviamo nel libro “Morire per uno stipendio” uno studio molto interessante condotto da Jeffrey Pfeffer, il quale dichiara che solo negli USA, la cattiva gestione del personale sia costata ai datori di lavoro statunitensi 300 miliardi di dollari nell’ultimo anno e possa causare un numero di morti che raggiunge  i 120mila, dati decisamente allarmanti.

Quali possono essere quindi i sintomi di stress da lavoro? 

Uno dei primi ad essere riscontrati è decisamente l’insonnia, svegliarsi di notte per le preoccupazioni dovute al proprio lavoro è un segnale d’allarme decisamente da non sottovalutare. Troviamo poi anche tensioni al collo, spalle e testa, emicrania che possono essere accompagnati da dolori muscolari e mal di schiena, sfociando in seguito anche in problemi più gravi come ulcere o problemi cardiaci, ciò è dovuto all’azione del cervello che rilascia adrenalina e altri ormoni e questo va a interessare tutta la sfera fisica della persona.

Purtroppo a risentirne è anche la salute mentale, partendo da un senso di spossatezza generale, affaticamento, irritabilità, problemi allo stomaco con dolori improvvisi, gonfiore intestinale o costipazione, sintomi che solitamente non siamo soggetti a ricondurre a uno stato di stress in verità, ma che sono un evidente segnale che qualcosa non va, scatenando anche ansia come patologia e a tutto questo si può aggiungere anche che il sopportare eccessivo stress lavorativo può influire sull’alimentazione intesa come valvola di sfogo, con un amento di peso, fino a portare alla depressione, andando di conseguenza a influire sull’umore poiché la flora intestinale viene modificata. 

Tutto questo può portare allo stress da lavoro correlato.

Come riconoscere i segnali di allarme?

Ci sono tre fasi che possono identificare il modo in cui una persona reagisce allo stress:

· fase di allarme: si acutizza nell’organismo un senso di allerta che porta a dei segnali 

psico-fisiologici come l’aumento del battito cardiaco, iper-ventilazione o sudorazione eccessiva ecc;

· fase di resistenza: ovvero quando ci adattiamo alla situazione, quando “sotto stress rendiamo meglio” è la fase in cui l’organismo riesce a reggere i ritmi e le tensioni;

· fase di esaurimento: termina la capacità di adattamento alla situazione precedente, si perdono le difese. A questo punto di prolungato stress possono insorgere malattie fisiche e psichiche;

 

Lo stress eccessivo può portare a sviluppare diverse patologie. 

 

E’ importante capire ed essere consapevoli di cosa ci stia causando lo stress, cosa ci porta più preoccupazione;

va analizzato l’ambiente in cui si lavora per capire se dipende da noi o da fattori che non possiamo controllare, a quel punto va stabilita una priorità per poter gestire strategicamente il proprio tempo, limitare o riorganizzare, per poter gestire noi stessi attraverso la strategia del time management.