Martedì, 23 Giugno 2020 14:31

Trauma e Yoga

 

La parola trauma deriva dal greco e significa ferita. Questa ferita è una frattura, se la consideriamo dal punto di vista del funzionamento del corpo. Questa ferita è dell’anima, se la osserviamo da un punto di vista psicologico: l'etimologia del termine psiche (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, "respirare, soffiare") si riconduce all'idea del 'soffio', cioè del respiro vitale; presso i greci designava l'anima in quanto originariamente identificata con quel respiro. Pertanto il concetto di trauma integra l’idea di una discontinuità di funzionamento tra un prima e un dopo, rispetto ad un evento che causa questa frammentazione nel fluire della vita, fisica e psichica.

Il termine yoga, deriva dal sanscrito (devanāgarī: योग) e porta con sè diverse definizioni, che nel complesso sottendono sempre all’idea di un cambiamento, che conduce ad un punto mai raggiunto precedentemente. Ripercorrendo i secoli, troviamo l’idea che lo yoga è lo sviluppo, da uno stato a un altro, più elevato; lo yoga è l’unione, l’unificazione di due cose; lo yoga è azione compiuta con attenzione totale e continua.

Potremmo quindi pensare che vivere un’esperienza traumatica generi effetti sia sul corpo sia sulla psiche e che praticare yoga potrebbe sviluppare un cambiamento, che integri quei vissuti frammentati, dall’esperienza traumatica, permettendogli di evolvere verso uno stato di salute. Per aiutare le persone che sviluppano un Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), a seguito di traumi singoli o complessi, all’interno del Trauma Center di Brookline (USA) è nato il Trauma Center Trauma

Sensitive Yoga (TCTSY)

David Emerson, autore del TCTSY e direttore del Center for Trauma and Embodiment al Justice Resource Institute, ha affermato che un numero crescente di studi dimostra i benefici dello Yoga sia per problemi medico-organici sia per disturbi legato alla salute psicologica. Le persone che sviluppano un PTSD spesso mostrano una sintomatologia che ostacola la possibilità di creare uno spazio di fiducia personale e interpersonale, utile ad ascoltare e riconoscere le ferite del corpo, in quanto esse sono automaticamente associate alle ferite dell’anima. I ricordi traumatici, caratterizzati dall’insieme di immagini, pensieri, emozioni e sensazioni del corpo, tendono ad essere evitati/rimossi poiché ‘pericolosi’ per il sistema di sopravvivenza. Pertanto, per renderli più accessibili e ‘digeribili’ lo yoga può esser inserito in un percorso di trattamento di cura del PTSD.

David Emerson ha sviluppato un modello di Yoga più vicino alle esigenze delle persone con una storia di trauma complesso, caratterizzato da una combinazione tra pose (posture) e attenzione al respiro, in cui il concetto di possibilità e libertà ad accedere ad esse, consente di accrescere la fiducia personale nell’esplorare le percezioni interne. Questo strumento di trattamento potenzia quindi l’esperienza di sicurezza interpersonale e migliora il grado di consapevolezza dei blocchi fisici ed emotivi, attraverso l’ascolto delle sensazioni del corpo e il riconoscimento delle interpretazioni ad esse associate, mentre le pose fluiscono e possono esser liberamente interrotte e modificate dalla persona durante la pratica: aspetto fondamentale per consentire lo sviluppo della fiducia intra e interpersonale.

Mara Fantinati

Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Supervisore EMDR, Insegnante Odaka Yoga

 

- Desikachar T.K.V. ‘Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata’. 1995. Ubaldini

Editore-Roma

- Emerson D. ‘Trauma Sensitive Yoga in Therapy. Bringing the Body into Treatment’. 2015, WW

Northon & Co

L’esperienza dell’emergenza sanitaria e dell’attivazione delle misure preventive di chiusura nelle proprie abitazione ha cambiato gli equilibri delle persone che vivono nella stessa casa: famiglie, coppie, coinquilini si sono ritrovati a gestire una vicinanza nuova fonte anche di tensione e conflitti.

Il significato etimologico del termine conflitto deriva da “confligere”, combattere e si palesa come contrasto tra parti opposte. Il conflitto viene generalmente agito con comportamento aggressivo nella modalità passiva o attiva. 

Lo stile aggressivo-passivo è caratterizzato da comportamenti inibiti, conformistici e compiacenti. Le persone che utilizzano questa modalità evitano lo scontro adattandosi in maniera eccessiva alle richieste provenienti dal mondo esterno. I bisogni dell’altro diventano più importanti dei propri. Alcuni pensieri tipici: “Io sono inferiore agli altri”; “ Ciò di cui si interessano gli altri è più importante delle cose di cui mi occupo io”; “Non voglio ferire gli altri”. Prova vergogna, imbarazzo, ansia, colpa. Con il tempo la disistima di sé aumenta e si perde il contatto profondo con se stessi.

Lo stile aggressivo-attivo è caratterizzato da comportamenti di dominio, prevaricazione e svalutazione. L’aggressivo è in grado di dire cosa pensa e cosa vuole utilizzando una modalità impositiva che non considera l’esperienza ed il vissuto dell’altro. Alcuni pensieri tipici: “Sono superiore agli altri”; “Gli altri devo accondiscendere senza criticarmi; “Non ho bisogno di nessuno”. Prova impazienza, intolleranza, rabbia, rancore. L’atteggiamento aggressivo può portare ad un’intensificazione della passività dell’altro o, qualora l’interlocutore utilizzi la stessa modalità, a conflitti importanti e rotture relazionali.

Si può apprendere a gestire il conflitto ed imparare ad agire un comportamento assertivo.

L’assertività si declina come la capacità della persona a riconoscere le proprie esigenze (autoconsapevolezza) ed affermarle (esprimerle) in un dato contesto mantenendo un buon rapporto con l’ambiente. La persona assertiva autoafferma i propri bisogni riconoscendo i bisogni dell’altro. Pratica la negoziazione ed il compromesso senza rinunciare a ciò che profondamente sente. Alcuni pensieri tipici: “Posso affermare i miei diritti rispettando quelli degli altri”; “E’ importante credere in se stessi e negli altri”; “Se esprimo il mio dissenso o rifiuto una richiesta non penso, per questo, di trattare male gli altri”. Prova gioia benessere tristezza fastidio perché riesce a “sentire” e ad esprimere  tutte le emozioni. Imparare ad essere assertivi porta ad accrescere la fiducia in se stessi, a migliorare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti.

Diventare assertivi è possibile. E’ fondamentale imparare a conoscersi profondamente, comprendere la propria storia ed individuarne i momenti significativi con uno sguardo realistico rivolto a come si vive il proprio presente.

La comunicazione efficace e l’ascolto attivo giocano un ruolo fondamentale. Tali abilità possono essere apprese in percorsi psicologici pensati ad hoc.

Dott.ssa Katia Guadagnini

Gli effetti più devastanti di questa pandemia sono sicuramente quelli vissuti dalle vittime dirette e dai loro familiari. Ci possono essere  conseguenze anche in coloro che svolgono professioni  sanitarie  “ad alto rischio”, ma anche nel personale amministrativo e gestionale a  seguito del contatto con persone infette e/o traumatizzate. 

Nonostante  medici, infermieri, operatori sanitari interni ed esterni agli ospedali siano adeguatamente preparati ad affrontare eventi fortemente stressanti, le catastrofi come eventi naturali e pandemie  creano  stati di emergenza che,  da una parte predispongono e attivano in modo efficace al  contenimento dei danni,  ma, dall’altra, predispongono alla possibilità che compaiano  problemi da un punto di vista psicologico.   

Ricerche condotte sul personale addetto alle emergenze, tra cui il personale sanitario, indicano chiaramente come essi presentino reazioni negative a livello psicologico, fisico e sociale, con conseguenze sia su un piano personale che professionale.

Sebbene esista un’innegabile componente di soddisfazione personale, svolgere professioni d’aiuto,  in condizioni altamente stressanti, sotto minaccia di eventi improvvisamente troppo grandi per permettere una difesa e una gestione immediata ed efficace, porta ovviamente a conseguenze negative sul piano emotivo.

Tra le principali cause di rischio di sviluppare conseguenze stressanti in questo periodo ci sono: l’imprevedibilità degli eventi, la mancanza di informazioni e protezioni adeguate per sé stessi e i colleghi (e di conseguenza per i cari), il numero alto di vittime, la fatica fisica, strutture operative inadeguate. Le principali conseguenze sono l’alto stress, il burnout, la traumatizzazione secondaria (o trauma vicario).

La condizione di alto stress: 

L’alto stress rappresenta il principale rischio occupazionale degli operatori. Come possiamo aiutare in questa situazione? Le strategie di aiuto in situazioni di questo genere mirano a: ridurre gli effetti negativi prodotti dallo stress grazie, per esempio, ad una ristrutturazione cognitiva il cui obiettivo è porre l’attenzione più agli aspetti positivi che a quelli negativi della situazione; aumentare la consapevolezza di maggiore controllo su di sé e sulla situazione; condividere le esperienze con colleghi o amici e familiari per gestire meglio le emozioni.

La traumatizzazione vicaria.

Come detto, il personale a diretto contatto con persone che stanno vivendo un forte trauma  può sviluppare una condizione di traumatizzazione che, per questo, viene definita stress traumatico secondario o trauma vicario. Infatti, i sintomi della traumatizzazione secondaria sono sovrapponibili ai principali sintomi da stress post-traumatico.  I sintomi presentati potrebbero essere di iper-attivazione, forte ansia o rabbia e irritabilità, difficoltà alla concentrazione e disturbi del sonno. Accanto a questi, pensieri intrusivi o immagini ricorrenti, percezioni e incubi legati al riproporsi di memorie traumatiche. Inoltre, possono attivarsi condotte di evitamento finalizzate ad evitare luoghi o persone legate al trauma, ma anche dettate dalla paura di  sperimentare emozioni  penose dalle quali si sentono invasi.

Cosa possiamo fare per sostenere chi si trova  in questa condizione? Riconoscere questa situazione, immediatamente sostenere e stabilizzare questa sofferenza e attivare interventi post- emergenza specifici per la prevenzione della traumatizzazione secondaria e inviare a specialisti esperti in traumi.

Il burnout 

Ciò che brucia le energie dei lavoratori, soprattutto quelli che esercitano professioni d’aiuto, ma ovviamente   estendibile a qualsiasi categoria professionale in condizione di sovraccarico, è la sensazione di sovraffaticamento per iper richiesta, pensata ingiustificata, di risorse fisiche ed emotive. Può presentarsi la sensazione di distacco da pazienti/utenti, la ridotta percezione di efficacia personale e lavorativa, ansia, tristezza e iperirritabilità, disturbi del sonno e forte affaticamento. La conseguenza può coinvolgere sia il singolo lavoratore in termini personali e professionali, ma anche l’utenza e l’organizzazione tutta, a causa di possibile assenteismo, continue minacce di lasciare  il lavoro, bassa produttività.

Come possiamo aiutare?

Il burnout, dicevamo, insorge non soltanto come una sofferenza della persona, ma anche come una fatica organizzativa del posto di lavoro. Gli interventi di aiuto in una situazione di emergenza saranno mirati al sostegno del singolo lavoratore e saranno estesi al gruppo di lavoro e ai manager e dirigenti. Abbiamo riportato brevemente quali potrebbero essere le condizioni psicologiche degli operatori coinvolti nella gestione delle emergenze. Gli specialisti impiegati saranno psicoterapeuti esperti in psicotraumatologia, psicologi delle organizzazioni e psicologi sociali. In generale, qualsiasi intervento ha come obiettivo finale la prevenzione del burnout, della traumatizzazione secondaria e il rientro in una condizione di “nuova normalità” grazie alla promozione di una mentalità resiliente, ossia la capacità di usare le proprie risorse per superare i problemi.

Ciò che spesso manca, e nel nostro contesto socio-culturale particolarmente,  è l’attenzione da parte degli specialisti delle risorse umane verso i professionisti delle emergenze. Da ciò deriva un inevitabile limite per i progetti efficaci di intervento, ma questo limite può anche diventare occasione di un più ampio spettro di proposte di sensibilizzazione in questo senso.

 

Angela Draisci

 

Fonti:

Figley 1999

Van der Ploeg, Dorresteijn, Kleber, 2003

DSM V (APA 2013)

Goleman, 1995

Mc Cann, Pearlmann 1990

Maslah, Jackson, Leiter 1996, 2008 

Lunedì, 20 Aprile 2020 08:46

Adolescenti e abuso di cannabinoidi

Si sta diffondendo sempre più  l’ informazione  non corretta  secondo cui gli “spinelli” non farebbero male.

Molti giovani pensano  che qualche “canna” non faccia danni, ossia che non sia capace di creare nessuna modifica al cervello.

Esiste una ricerca pubblicata dal Journal of Neuroscience secondo la quale sono effettivamente sufficienti  poche “canne”  per modificare la struttura del cervello soprattutto in età adolescenziale.

Lo studio ha preso in esame 46 giovani di 14 anni che avevano fatto uso saltuario di cannabis (anche solo due volte). L’esito dell’osservazione ha portato ad evidenziare  variazioni nel volume del cervello, alterazioni a livello dell’amigdala (centro di integrazione e regolazione delle emozioni) e dell’ippocampo (centro di modulazione della memoria e delle abilità spaziali).

L’ipotesi degli studiosi è che la cannabis intervenga nei processi di rimodellamento dei neuroni  (pruning) che si attua nel nostro cervello almeno fino ai 18 anni.

Il pruning, la potatura, serve a rimuovere dal nostro cervello connessioni che non servono man mano che cresciamo, rendendolo  più  “plastico”, ossia più capace di mantenere efficienti  le sue funzioni, quando abbiamo la necessità di imparare  informazioni  nuove e complesse.

Molti ricercatori hanno collegato alterazioni del pruning  all’esordio di disturbi psicotici e neurologici.

Angela Draisci

Fonti:

K. Richardson Gill, MD: “ What is synaptic pruning?”  Healthline  January 2018

“Grey matter volume  differences associated with extremely low levels of cannabis use in adolescence” The Journal of Neuroscience

L’emergenza “Corona virus” ci sta mettendo a dura prova sia fisicamente che psicologicamente.

In questo periodo molti di noi fanno fatica a regolare le proprie emozioni: proviamo tristezza, rabbia, paura, angoscia, terrore e panico; l’emozione è tanto più intensa quanto più presumiamo che il pericolo sia grande.

Vi sono delle ragioni se gli esseri umani provano delle emozioni: noi non possiamo impedire l’emergere delle emozioni in quanto si tratta di reazioni normali che costituiscono fonte di informazione. 

Le emozioni infatti ci consentono di sopravvivere, ci motivano all’azione, ci permettono di reagire in modo veloce rispetto al pericolo, possono essere segnali che qualcosa sta accadendo in un determinato momento.

Soffermiamoci ad esempio sull’emozione della paura. Noi e gli altri mammiferi sperimentiamo la paura ogni qualvolta percepiamo o ipotizziamo una minaccia. Pensiamo ad una gazzella che sta pascolando in una savana che sente all’improvviso un rumore tra la vegetazione…Tutti i sensi sono alla ricerca di un indizio…un altro scricchiolio e la gazzella scappa.

La gazzella deve la sua sopravvivenza proprio alla paura, al perfetto funzionamento del suo sistema di allarme e all’efficacia della sua corsa, che le consentono di avvertire il pericolo e di reagire prontamente, anziché diventare pasto per un leone.

La paura ci segnala il pericolo e ci mette nelle condizioni di metterci in salvo. E’ tra tutte le emozioni quella più automatica, che si attiva senza pensare e prevale su tutte le altre.

La paura è rivolta al futuro, ci fa preoccupare per quello che potrà accadere, è una sorta di sentinella che ci tiene in allerta per possibili pericoli. Sperimentare la paura è del tutto normale in questo periodo e mettere in atto tutte le azioni (restare in casa, lavarsi le mani frequentemente, utilizzare la mascherina e i guanti) ci consente di porre al sicuro noi stessi e gli altri.

E’ importante accettare questa emozione, cosi come la sua “sorella” più evoluta, l’ansia, quest’ultima caratterizzata da una sovrastima del pericolo - percepito come in grado di giungere da qualsiasi parte - e da una sottostima della capacità di affrontarlo, schiacciati da un forte senso di vulnerabilità.

Perché se noi rinunciamo a vivere delle esperienze nella convinzione che provare paura ed ansia sia dannoso, consumiamo gran parte della nostra energia per sfuggire a queste esperienze. 

Arriviamo alla non accettazione di una parte di noi e della nostra vita e poniamo in essere comportamenti dannosi.

Spesso gli eventi interni dolorosi sono come sabbie mobili, più ci dimeniamo per uscirne, più ci fanno affondare.

Un’emozione ha una sua funzione, è necessario avvicinarsi ad essa il più possibile, perché ci fa più male combatterla.

Dunque è’ importante riconoscere le emozioni che proviamo in questo periodo, dare ad esse spazio, non impedire che emergano. Riconoscere quali sono i pensieri che le accompagnano, soprattutto se sono emozioni e pensieri scomodi.

Proviamo ad accettare che alcune esperienze sono spiacevoli e possiamo provare tanta ansia e frustrazione nell’affrontarle.

Proviamo ad essere nel “qui e ora” e ad accettare che questo è il momento che la nostra vita ci propone.

Accettazione non significa affatto rassegnazione ma soltanto accettare ciò che non possiamo cambiare, aprendoci tuttavia a nuove strade e al cambiamento che esse comportano. 

Certamente in questi giorni siamo tutti confusi e preoccupati, ci rendiamo conto che ci sono - e ci saranno - tanti ostacoli nella nostra vita: problemi privi di soluzione immediata, obiettivi che dobbiamo rimandare, un immanente senso di perdita. 

Ma possiamo comunque utilizzare questo tempo per vivere la nostra vita nel migliore dei modi, per fare le cose che contano veramente per noi. Non sarà affatto tempo perso.

 

Domandiamoci:

“Come posso prendermi cura di me? 

“Cosa posso fare per gli altri che sono in casa con me?”

“Cosa posso fare per la comunità in questo momento?

E in base ai nostri valori agiamo per vivere con atteggiamento gentile e costruttivo questo periodo, prendendoci cura di noi stessi e degli altri.

Continuare ad essere una risorsa per gli altri è possibile: anche se siamo lontani fisicamente possiamo essere vicini emotivamente.

 

Preghiera della serenità

 

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, 

Che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare,

Che io possa avere soprattutto la saggezza per conoscere la differenza.

Vivendo un giorno per volta;

assaporando un momento per volta;

accettando la difficoltà come sentiero per la pace.

Prendendo questo mondo  così com'è, non come io vorrei che fosse.

Che io possa essere ragionevolmente felice in questa vita. (Tommaso Moro)

 

 

Dottoressa Enza Cannavale

Mercoledì, 07 Agosto 2019 10:03

Stress da lavoro, segnali di allarme

Molto spesso per diverse motivazioni tra cui disagio coi colleghi, tensioni col capo, portano se prolungate, a un forte stress che ricade inevitabilmente sulla salute e sull’equilibrio psichico.

Troviamo nel libro “Morire per uno stipendio” uno studio molto interessante condotto da Jeffrey Pfeffer, il quale dichiara che solo negli USA, la cattiva gestione del personale sia costata ai datori di lavoro statunitensi 300 miliardi di dollari nell’ultimo anno e possa causare un numero di morti che raggiunge  i 120mila, dati decisamente allarmanti.

Quali possono essere quindi i sintomi di stress da lavoro? 

Uno dei primi ad essere riscontrati è decisamente l’insonnia, svegliarsi di notte per le preoccupazioni dovute al proprio lavoro è un segnale d’allarme decisamente da non sottovalutare. Troviamo poi anche tensioni al collo, spalle e testa, emicrania che possono essere accompagnati da dolori muscolari e mal di schiena, sfociando in seguito anche in problemi più gravi come ulcere o problemi cardiaci, ciò è dovuto all’azione del cervello che rilascia adrenalina e altri ormoni e questo va a interessare tutta la sfera fisica della persona.

Purtroppo a risentirne è anche la salute mentale, partendo da un senso di spossatezza generale, affaticamento, irritabilità, problemi allo stomaco con dolori improvvisi, gonfiore intestinale o costipazione, sintomi che solitamente non siamo soggetti a ricondurre a uno stato di stress in verità, ma che sono un evidente segnale che qualcosa non va, scatenando anche ansia come patologia e a tutto questo si può aggiungere anche che il sopportare eccessivo stress lavorativo può influire sull’alimentazione intesa come valvola di sfogo, con un amento di peso, fino a portare alla depressione, andando di conseguenza a influire sull’umore poiché la flora intestinale viene modificata. 

Tutto questo può portare allo stress da lavoro correlato.

Come riconoscere i segnali di allarme?

Ci sono tre fasi che possono identificare il modo in cui una persona reagisce allo stress:

· fase di allarme: si acutizza nell’organismo un senso di allerta che porta a dei segnali 

psico-fisiologici come l’aumento del battito cardiaco, iper-ventilazione o sudorazione eccessiva ecc;

· fase di resistenza: ovvero quando ci adattiamo alla situazione, quando “sotto stress rendiamo meglio” è la fase in cui l’organismo riesce a reggere i ritmi e le tensioni;

· fase di esaurimento: termina la capacità di adattamento alla situazione precedente, si perdono le difese. A questo punto di prolungato stress possono insorgere malattie fisiche e psichiche;

 

Lo stress eccessivo può portare a sviluppare diverse patologie. 

 

E’ importante capire ed essere consapevoli di cosa ci stia causando lo stress, cosa ci porta più preoccupazione;

va analizzato l’ambiente in cui si lavora per capire se dipende da noi o da fattori che non possiamo controllare, a quel punto va stabilita una priorità per poter gestire strategicamente il proprio tempo, limitare o riorganizzare, per poter gestire noi stessi attraverso la strategia del time management.

Il cervello umano è molto più efficiente nel ricordare il vago significato di una scena, rispetto ai suoi precisi dettagli: ce ne rendiamo conto quotidianamente, ma ora lo confermano un paio di studi presentati a novembre al meeting annuale della Society for Neuroscience, a San Diego.

Una possibile ragione di questa défaillance è di tipo evolutivo: per la nostra sopravvivenza è molto più utile ricordare un'idea astratta, rispetto ai singoli particolari. Immaginate di essere stati morsicati da un cane in un parco: non è fondamentale ricordare il colore del quadrupede, le sue dimensioni o l'aspetto del suo collare; è più importante sapere che se importuniamo un cane che corre libero all'aperto, può darsi che ci morda.

 UN PASSAGGIO PER VOLTA. Ma la difficoltà a rammentare i dettagli ha anche una spiegazione che ha a che fare con il modo in cui le informazioni vengono immagazzinate - e quando serve, rievocate - nel cervello. Per capire a quali parti apprese si dia la priorità, nel ricostruire una scena, gli scienziati dell'Università di Birmingham (Regno Unito) hanno chiesto a 22 volontari di memorizzare 128 insolite coppie di oggetti che apparivano sullo schermo di un computer, formate da un elemento di contesto (per esempio, un paesaggio di montagna) e un oggetto (per esempio, un kiwi).

 Due giorni dopo, i ricercatori hanno presentato ai volontari soltanto l'immagine del contesto, e chiesto di ricordare l'oggetto abbinato. Gli intervistati sono riusciti a rammentare la categoria astratta di appartenenza dell'oggetto ("frutta") nel 79% dei casi. Durante questo sforzo, si è registrato un picco di attività nella neocorteccia (lo strato più esterno del cervello, deputato alle funzioni cognitive superiori) simile a quello che avviene durante il sonno, la fase principale di consolidamento di ricordi. Chi riusciva a ricordare la categoria astratta, nei 4 tentativi successivi è risalito all'oggetto specifico ("kiwi") nel 75-88 per cento dei casi.

Che cosa succede ai neuroni, quando si impara?

DUE CASSETTI SUCCESSIVI. Quanto osservato ha perfettamente senso, secondo gli scienziati. Quando vediamo una scena, il cervello analizza inizialmente i dettagli percettivi - colore, forma, orientamento - con i centri visivi. Queste informazioni sono poi inviate alla neocorteccia, dove avviene il consolidamento del ricordo nella sua forma astratta. Quando però rievochiamo, il processo avviene nell'ordine inverso: prima torna a mente la categoria generale, e poi, sforzandosi un po', qualche particolare. Ecco perché è più facile ricordare il significato generico di una scena e non i suoi dettagli specifici.

TEMPI DIVERSI. Il processo è stato confermato da un secondo esperimento, in cui altre persone hanno memorizzato coppie di parole e immagini scollegate, e hanno poi dovuto rievocare, sentendo la parola, l'immagine associata, dicendo se fosse un oggetto vivente o non vivente. Nel processo di memorizzazione, l'EEG (elettroencefalografia: la registrazione dell'attività elettrica del cervello) ha evidenziato un picco di attivazione della corteccia visiva 100 millisecondi prima della codifica nella neocorteccia. Quando si è trattato di rievocare quanto appreso, è avvenuto il contrario: l'attività della neocorteccia ha registrato un picco 300 millisecondi prima del ricordo delle informazioni percettive.

 

fonte: Focus

 

Lunedì, 06 Maggio 2019 06:58

Prendere decisioni

Perché è importante saper decidere? Innanzitutto per avere maggior controllo sulla propria vita, per essere più indipendenti, per capire con maggior consapevolezza cosa è meglio per ciascuno di noi, per evitare di commettere errori banali, per essere più sicuri e, non per ultimo, per tradurre con efficacia i nostri propositi in azione.

Ogni giorno e continuamente ci troviamo nella condizione di dover assumere decisioni che ci consentono di affrontare diverse situazioni, dalle più banali (es: gli acquisti quotidiani) alle più rilevanti (es: la scelta di un partner o di un lavoro). Prendere una decisione richiede la valutazione di una notevole quantità di informazioni con lo scopo di generare delle alternative di scelta e quindi individuare le più opportune strategie di pensiero atte allo scopo. Decidere significa, dunque, pervenire ad un giudizio definitivo dopo avere valutato una serie di possibili opzioni ed alternative. Tale attività prevede due o più alternative descritte da varie caratteristiche, una qualche strategia in base alla quale effettuare una comparazione tra le alternative per poter scegliere la preferita; gli esiti di tale processo possono poi essere certi o incerti.

Il processo di ragionamento in cui consiste la presa di decisione può essere compiuto in modo ponderato o meno. Le scelte ponderate implicano – prima di giungere ad una decisione – una valutazione delle alternative, l’adozione di strategie deliberate basate su confronti ed ipotesi e la scelta di quella che meglio o più delle altre soddisfa i criteri di accettabilità. Le scelte automatiche sono tutte quelle in cui non viene effettuato alcun confronto esplicito tra le alternative. Tale procedura viene frequentemente utilizzata in situazioni già conosciute e precedentemente sperimentate, oppure in situazioni nelle quali il soggetto (decisore) agisce sotto pressione, ad esempio quando percepisce di disporre di poco tempo per effettuare la scelta.

In un’ottica cognitivista, ogni decisore agisce in funzione dei suoi schemi mentali preesistenti, i quali gli forniscono una visione “parziale”, e comunque filtrata, della realtà che lo circonda ed è egli stesso a costruire tale realtà attraverso le scelte che opera ed il senso che attribuisce loro attraverso il racconto.

Pertanto, invece di basare le decisioni su calcoli probabilistici, gli individui spesso prendono decisioni in base ai loro bias e in risposta a reazioni emotive che sono tutt’altro che razionali.

Grazie alle ricerche del neurologo Damasio, emozione e ragione vivono attualmente un rapporto nuovo, in quanto l’emozione contribuirebbe ai processi decisionali, di selezione, di orientamento, sulla base delle informazioni che abbiamo accumulato e tenuto a mente nel nostro percorso di vita

L’emozione gioca così un ruolo nell’intuizione come processo cognitivo, che in modo rapido e immediato ci conduce ad una conclusione, senza tuttavia fornirci la consapevolezza dei passaggi logici che hanno condotto ad essa.

Non che essi manchino; semplicemente, l’emozione è talmente veloce e diretta da lasciare in parte nascosta la conoscenza necessaria per prendere una decisione.

La qualità delle nostre intuizioni dipenderà, da come abbiamo classificato le situazioni, i fatti, le azioni della nostra esperienza passata, da come vi abbiamo collegato le emozioni provate e da come abbiamo evidenziato successi e fallimenti.

Chi vuole cavalcare il futuro e non subirlo passivamente e a proprie spese dovrà necessariamente imparare a pensare in un modo nuovo. Occorre cioè accettare il fatto che, non è possibile controllare tutto. La Prima Nobile Verità del Buddhismo è che la frustrazione tipica della condizione umana dipende dalla difficoltà che incontriamo nell’accettare che tutto intorno a noi è precario e transitorio.

Lehrer (2009) spiega che per fare la cosa giusta è necessario usare entrambe le parti della nostra mente (razionale ed emotiva); per troppo tempo infatti abbiamo trattato la natura umana come se potesse essere esclusivamente razionale oppure istintiva, come se gli uomini si basassero in maniera univoca sulla statistica oppure sull’istinto. Queste dicotomie non sono soltanto false ma altresì distruttive: i più recenti studi delle neuroscienze ed i più recenti esperimenti mostrano che la cognizione umana è il risultato sia di processi intuitivi che deliberati, i quali insieme concorrono alla rappresentazione del mondo e al modo in cui interagiamo con esso. Se a prevalere nel processo decisionale sia una modalità o l’altra dipende dalla natura del problema, dal momento della giornata, dal nostro umore e dalle nostre competenze ed esperienze.

Il motivo per cui le intuizioni sono “intelligenti” è che esse catturano la saggezza dell’evoluzione, spesso sanno più di quello che sappiamo noi. Ma non bisogna mai abbassare la guardia ed occorre controllare sempre le risposte automatiche e viscerali; insomma, per decidere correttamente le intuizioni devono “dialogare” con l’analisi razionale.