Venerdì, 28 Febbraio 2020 11:02

L'attaccamento

Ma perchè piange? Avrà fame? Avrà sete? Non starà bene? Eppure ha appena mangiato, bevuto,fatto la visita pediatrica...cosa mai avrà? E io cosa posso fare? 

Quale neo-mamma non si è trovata a pensare a queste domande quando il proprio piccolo ha iniziato a piangere disperato quando lo si è messo nella culla o lettino. Sembra che non ci sia nulla che non va, che i bisogni del bambino siano stati tutti soddisfatti, eppure lui continua a piangere e l'unico modo per farlo smettere sembra essere prenderlo in braccio. E così lo si culla per molto tempo tra le braccia, perchè la mamma e il papà hanno imparato che questo funziona, eppure due domande rimangono: come mai piangeva? E perchè solo il prenderlo in braccio ha funzionato?

Harlow, un ricercatore americano, ha svolto svariati esperimenti sui macachi intorno agli anni '50 e in uno dei più celebri ha osservato che ponendo dei cuccioli di macaco in una gabbia con due sagome, una coperta di panni morbidi e l'altra fatta di fili di ferro ma dotata di biberon, i due cuccioli si avvicinavano alla sagoma dotata di biberon solo per nutrirsi, mentre passavano la maggior parte del tempo aggrappati alla figura con il panno. Inoltre, nel caso venissero esposti ad oggetti fonte di paura, i piccoli di macaco si dirigevano verso la sagoma con il panno e solo così sembravano calmarsi. Di fronte a queste osservazioni, Harlow concluse che per questi cuccioli non fosse necessario soltanto disporre di acqua e cibo, ma anche e soprattutto di un vero e proprio legame affettivo mediato dal contatto.

L'importanza del contatto fisico con un adulto di riferimento ha un significato molto antico e radicato a livello evoluzionistico. Già ai primordi della specie la mamma garantiva protezione e cura al proprio piccolo e solo questo garantiva la sua sopravvivenza contro gli attacch di predatori o adulti estranei o contro la mancanza di cibo, acqua e pulizia.

E allora come richiamare la propria figura protettiva quando si è esposti a pericoli (come predatori, fame, sete ecc)? Ecco che il pianto assume un ruolo centrale per richiamare la mamma e farle capire che qualcosa non va.

Come mai quindi i nostri bambini spesso piangono quando lasciati nella culla da soli? Piangono proprio perchè è il loro modo di chiamare la mamma e di assicurarsi che sia lì per loro per proteggerli. Infatti i bambini che non hanno ancora imparato a parlare, possono comunicare solo attraverso il loro comportamento e il pianto, in particolar modo, è il comportamento che hanno sperimentato come più efficace per ottenere l'attenzione del genitore.

Perchè solo il prendere in braccio il piccolo funziona? Funziona proprio perchè il contatto assicura al bambino la sicurezza che la mamma sia lì per lui a proteggerlo e che possa quindi essere sicuro di sopravvivere ai vari pericoli.

Questa tendenza innata a richiamare la mamma  e a richiederne la vicinanza è stata definita “attaccamento” dallo psichiatra inglese John Bowlby.  Egli definisce infatti “legame di attaccamento” quella parte del rapporto tra genitore e figlio in cui piccolo trova nell'adulto il soddisfacimento del suo bisogno di essere confortato e protetto, in quanto il genitore viene appunto visto come persona più forte e saggia.

La modalità di richiamare il genitore (e quindi il legame di attaccamento) può variare da bambino a bambino e sulla base dell'età: bambini che piangono, che urlano, che si nascondono sotto il letto, che non vogliono fare i compiti sono solo alcuni esempi. Questi comportamenti riescono a richiamare il genitore, che spesso interpreta in modo negativo la condotta del bambino: per esempio, di fronte al bimbo che piange, alcuni genitori potranno pensare che è viziato e che prenderlo in braccio vorrebbe dire portarlo a ripetere il comportamento, altri potrebbero pensare che lo fa per fare loro un dispetto.

In realtà il bambino sta usando il comportamento più efficace a richiamare il genitore e il motivo per cui ha bisogno che il genitore gli dia attenzione è proprio per l'attivazione del sistema di attaccamento, cioè per ottenere cura, conforto e protezione da qualcosa.

Appare allora importante non tanto soffermarsi sul comportamento in sé che il bambini ha usato, ma  su ciò che il bambino vuole comunicarsi, cioè domandarsi: cosa sta cercando di dirmi?.

 

 

 

Dott.ssa Arianna Tarabelloni

Spesso nei nostri studi a Istituto Mente e Corpo incontriamo lo stupore dei genitori all’idea che ad un bambino piccolo si offra un trattamento psicoterapeutico.

“ Così piccolo e già in psicoterapia??!?”

Si tratta in realtà di un momento quasi ideale per questo tipo di intervento. Prendiamo come esempio F. (per la privacy lo chiameremo così), un bambino di tre anni portato dai genitori su richiesta della scuola materna a causa del suo comportamento distruttivo, incontenibile oltre alle basse prestazioni pur essendo evidente la sua intelligenza.

Il bambino, a scuola, picchia, lancia i giochi, non rispetta le regole e dice parolacce pesanti. I genitori sono convinti che le maestre lo abbiano preso di mira e che addossino su di lui la responsabilità di qualunque accadimento.

“ A casa non è così, le maestre esagerano” ; si sentono poco accolti e molto colpevolizzati.

Accettano una valutazione che viene fatta con il metodo “ 0/5”, cioè con bambino e genitori insieme allo specialista in modo da conoscere non solo il bambino ma anche le dinamiche ,gli stili comunicativi e relazionali.

Emerge una dinamica familiare deteriorata e preoccupante. Ognuno dei tre è sofferente a suo modo. Il bambino si muove male nello spazio, è goffo, inciampa facilmente. Si interessa ai giochi ma ad ogni piccolo “ guaio” ( una pallonata rumorosa) scatena i rimproveri del papà e si può osservare F. congelarsi, umiliato da tali interventi. La madre, più affettuosa, porta il peso emotivo di gravi eventi traumatici nella sua prima infanzia. Racconta una sua recente esplosione di rabbia verso suo figlio ; ha capito di aver momentaneamente perso il controllo ma questo la preoccupa. Queste sono solo le immagini inziali di un percorso che durerà anni con evoluzioni assai positive per Il bambino ,che a tre anni, ha raccontato il suo profondo malessere con sintomi che non potevano essere non visti dalle sue insegnanti. 

Questo è tipico del bambino molto piccolo: raccontare con il corpo e con gli agiti come sta, individuando l’interlocutore potenzialmente in ascolto. I segnali che l'infante ha usato a scuola per chiedere aiuto sono stati: aggressività, mancanza di controllo, impulsività, difficile gestione nel contesto scolastico e ritardo in alcune aree evolutive.

Per la letteratura queste manifestazioni, insieme ai fattori ambientali e al temperamento, sono predittivi del rischio evolutivo antisociale ( Sabatello, 2000…)

Più in generale lo sviluppo del comportamento violento è parte di un ampio schema di sviluppo deviante che usualmente inizia con un comportamento distruttivo non delinquenziale e che vede i suoi precursori rintracciabili dal terzo anno di vita.

Varie ricerche evidenziano che per curare il disturbo antisociale è necessario un intervento precoce che modifichi la relazione tra almeno un genitore e il bambino.

 

 

 

 

 

Dott. Gloria Piperno

Lunedì, 06 Maggio 2019 06:56

Il disagio in età evolutiva

I bambini, diversamente dagli adulti, hanno modalità di espressione del linguaggio diverse dal canale verbale: è molto facile che i bambini esprimano il loro disagio attraverso il proprio comportamento e il proprio corpo, canali di espressione per loro più accessibili.

Dal punto di vista comportamentale, ci sono vari modi con cui i bambini possono fare capire un loro malessere emotivo: strillare, piangere, lanciare oggetti, inveire,farsi  male, rifiutarsi di comunicare

sono alcuni esempi (Siegel, 2010).

Invece, dal punto di vista del corpo, sono frequenti i casi di bambini che arrivano a manifestare  sintomi somatici di malessere come conseguenza ad un forte disagio emotivo sperimentato: basti pensare al bambino che, in ansia per la verifica che deve svolgere a scuola, inizia ad avvertire un forte mal di pancia davanti ai cancelli di scuola.

La scuola in particolare è il luogo in cui è molto facile e noto riscontrare queste difficoltà. Sono infatti molti i casi in cui in ambito scolastico si presentano problematiche emotive e comportamentali quali ansia, ostilità e aggressività, difficoltà a rispettare le regole, bullismo e molto altro.

Appare chiaro che l'emergenza sempre più significativa di difficoltà emotive e comportamentali in bambini piccoli porti a chiedersi quali possano essere le cause e con-cause dell'insorgenza e manifestazione di queste problematiche.

In generale lo sviluppo emotivo del bambino dipende sia da fattori biologici, quali il temperamento, lo sviluppo genetico e cerebrale, sia da fattori esperienziali, legati soprattutto alla relazione coi genitori (o in generale chi si occupa del bambino, ossia il caregiver).

Le ricerche sull'attaccamento, avviate da Bowlby (1907-1990) e poi portate avanti sino ai giorni d'oggi, sembrano confermare che la qualità e tipologia di comunicazione e relazione genitore-figlio nei primi anni di vita influenza lo sviluppo relazionale ed emotivo dei bambini una volta adulti. Fattore rilevante è la sintonizzazione affettiva, ossia quel processo attraverso cui i genitori riescono ad allineare il proprio stato emotivo a quello del bambino attraverso il canale verbale e non verbale (tono di voce, mimica facciale ecc).

La combinazione di predisposizione biologica temperamentale e difficoltà di sintonizzazione genitore-figlio possono predisporre con più facilità all'insorgenza di un disagio emotivo comportamentale e/o corporeo in presenza di esperienze di vita stressanti.

Di fronte al disagio emotivo del bambino, possono quindi essere utili due tipi di intervento. Da un lato un intervento psicologico di sostegno ai genitori, in modo da aiutarli a predisporre un contesto relazionale e familiare che consolidi il lavoro svolto col figlio; dall'altro, un intervento psicologico col bambino, al fine di aiutarlo ad attivare strategie e risorse più adattive di riposta a determinate situazioni stressanti.