Negli ultimi 20 anni la mindfulness ha suscitato crescente interesse sia da parte della comunità scientifica che del pubblico generale. Definibile come l’abilità di “prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in modo non giudicante, allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento”, la pratica della mindfulness è da sempre stata tenuta in grande considerazione in numerosi sentieri spirituali come quelli della tradizione Buddista Vipassana e Zen. Più di recente, la mindfulness è entrata a pieno titolo nella moderna psicologica occidentale in cui, praticata sia individualmente che in gruppo, si è dimostrata molto efficace nel ridurre la sofferenza psicologica in una grande varietà di condizioni mediche e psicologiche, quantomeno tra gli adulti.

Meno attenzione è stata data invece fino a tempi recenti alla possibile utilità del far praticare la mindfulness ai bambini di età scolare (7-11 anni). Tuttavia, un gruppo di ricercatori guidati dal dot. Amundsen del dipartimento di psicologia dell’università di Northumbria, nel regno Unito, ha recentemente pubblicato uno studio in cui un gruppo di circa 100 bambini è stato diviso in tre gruppi che includevano un gruppo di mindfulness (Living Mindfully Primary Programme), un gruppo di controllo psicoeducativo e un gruppo indirizzato ad una lista di attesa.

I risultati dello studio hanno dimostrato come i bambini indirizzati al gruppo di mindfulness, sia al termine dell’esperienza di gruppo che a un successivo follow-up, riportassero di sentirsi significativamente meglio, di avere un atteggiamento più positivo, e di percepire una migliore qualità di vita, sia rispetto al gruppo di controllo indirizzato alla lista d’attesa sia rispetto al gruppo di controllo indirizzato alla psicoeducazione. Gli autori hanno anche osservato come sia stato relativamente semplice adattare il programma di mindfulness oggetto di studio ai bambini. Complessivamente, i risultati dello studio suggeriscono fortemente come, con opportuni adattamenti, la mindfulness possa essere utile anche per i bambini di età scolare e sarebbe quindi da incoraggiare al fine di favorire una migliore conoscenza e regolazione delle proprie emozioni e la promozione di più elevati livelli di benessere. 
Alberto Chiesa

Da sempre filosofi, teologi e mistici si sono interrogati su cosa voglia dire vivere con pienezza e su quale sia la via migliore per poterlo fare. Una delle principali dicotomie che ha maggiormente influenzato il pensiero psicologico tanto antico quanto moderno è stata la divisione tra benessere edonistico e benessere eudamonico. Secondo questa visione, il benessere edonistico sarebbe quello caratterizzato dal tentativo di conseguire dei piaceri immediati mentre il benessere eudamonico sarebbe quello caratterizzato da una costante ricerca personale volta a comprendere cosa porti a una felicità duratura e dalle azioni volte ad allineare la propria vita con questo scopo.

Sebbene l’edonismo sia stato occasionalmente visto nella storia come la via maestra per ottenere felicità e pienezza, nei secoli l’esperienza, la riflessione e infine la ricerca scientifica hanno mostrato come il benessere eudamonico sia quello in grado di produrre una soddisfazione di gran lunga più stabile e profonda per l’essere umano. Secondo quest’ottica, star bene non vorrebbe quindi dire cercare continue gratificazioni sensoriali e al contempo cercare di evitare ogni possibile fonte di sofferenza, quanto piuttosto coltivare un atteggiamento di auto-osservazione caratterizzato da un ascolto di sé che sia in grado di mettere in luce ciò che davvero ha valore per noi, anche se non sempre facile e immediato da raggiungere, assieme all’abilità e alla volontà di agire coerentemente con le prese di consapevolezza derivate da questo ascolto.  

Secondo questa prospettiva, inoltre, star bene non implicherebbe il vivere di momenti piacevoli in modo il più possibile continuativo ma piuttosto sapere vivere a quella “giusta distanza” che ci permetterebbe da un lato di entrare in contatto con ciò che ha per noi maggiore valore e significato e di fare del nostro meglio per perseguirlo, dall’altro di non diventare ossessionati da questa ricerca e dalla bramosia di vedere risultati immediati. La domanda diventa quindi: come imparare ad ascoltarci più in profondità e come agire coerentemente con le prese di consapevolezza che ne derivano?

Uno degli approcci più promettenti è quello offerto da una disciplina oggi molto nota in occidente col nome di mindfulness. Mindfulness è un termine utilizzato per indicare una consapevolezza delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri e dei bisogni che albergano in noi in ogni dato momento, al di là delle aspettative e dei giudizi su ciò che secondo noi dovremmo sentire o pensare in una data situazione. Lo sviluppo di questa consapevolezza è stato messo da sempre al centro di numerosi sentieri spirituali e coltivato attraverso numerose pratiche di meditazione come la meditazione Vipassana e la meditazione Zen.

Secondo quanto evidenziato da studiosi di rilievo tra cui Eric Garland dell’università dello Utah e collaboratori, praticare la mindfulness ci aiuterebbe innanzitutto a prendere maggiore contatto in modo non giudicante con le nostre sensazioni ed emozioni in ogni dato momento. Questa presa di contatto ci permetterebbe di affinare la nostra abilità di auto-ascolto, aspetto che, a sua volta, ci permetterebbe da un lato di notare con più chiarezza cosa è sintonico con i nostri bisogni e cosa invece non lo è, e dall’altro di imparare a tollerare in modo meno reattivo gli inevitabili stati d’animo di sofferenza in cui quotidianamente ci imbattiamo.

In secondo luogo, la pratica della mindfulness, aiutandoci a osservare come dei testimoni imparziali i flussi di pensiero che continuativamente attraversano la nostra mente, senza però esserne sopraffatti, ci permettere di riconoscere quali sono i desideri e le paure del momento che a volte ci appaiono oltremodo urgenti o inaffrontabili ma in realtà, a ben guardarle, sono poco più che nuvole passeggere nello spazio più ampio del cielo della nostra consapevolezza, e quali sono invece le aspirazioni più genuine che albergano in noi e verso le quali con pazienza, pratica e creatività possiamo scegliere di protenderci. In altre parole, la pratica della mindfulness, da un lato allenandoci all’autoascolto, dall’altro invitandoci a fidarci delle nostre percezioni e stati d’animo e, dall’altro ancora insegnandoci a non agire con troppa ingenuità sulla base dell’impulso del momento ma a valutare di caso in caso cosa è davvero importante per noi e cosa non lo è, può rivelarsi uno strumento di prima scelta per tutti coloro che cercano un benessere stabile e profondo di cui tutti i maestri del passato e del presente ci hanno sempre parlato ma che solo in pochi, senza un’adeguata pratica e motivazione, riescono davvero ad afferrare.

Dott. Alberto Chiesta

In periodi come quello attuale in cui tutti quanto passiamo la maggior parte del nostro tempo in casa, le nostre abitudini, anche le più normali, come frequentare amici, ristoranti, locali, ma anche strutture dove si tengono colloqui individuali o corsi di gruppo, sono fortemente limitate se non addirittura completamente stravolte. Per questa ragione molte persone si stanno rivolgendo al web cercando di fare on line quello che prima facevano in luoghi fisici distinti dalla propria abitazione. Molta attenzione sta venendo data in questo periodo alla pratica della mindfulness e alla possibilità di farla on line, anche se non senza scetticismo, almeno da parte di molte persone. Ma cos’è di preciso la mindfulness? Può essere di aiuto? E soprattutto può essere utile anche on line?

Innanzitutto, la mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito all’esperienza del momento presente, in modo accogliente e non giudicante, momento dopo momento, e può essere coltivata tramite apposite pratiche di meditazione e percorsi strutturati di cui il protocollo di Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness (RSBM), sviluppato dal professor Jon Kabat-Zinn dell’università del Massachusetts, è senza dubbio il più noto e studiato da un punto di vista scientifico. Ad oggi ci sono numerosi studi che dimostrano come il protocollo di RSBM, così come molti altri percorsi basati sulla mindfulness che si sono sviluppati a partire dal percorso originariamente sviluppato da Kabat-Zinn, possano essere di significativo aiuto nel ridurre lo stress in popolazioni non cliniche, così come nel ridurre l’ansia e l’umore depresso, oltre che nel migliorare le emozioni “positive” come la calma, la fiducia e il senso di sicurezza, e la qualità della vita soggettivamente percepita, sia in persone senza disturbi clinici rilevanti che in persone con disturbi psichiatrici e malattie croniche.

Sebbene finora la maggior parte degli studi si sia focalizzata su corsi in cui i praticanti partecipano ai gruppi di mindfulness di persona, gli sviluppi del web hanno più di recente spinto i ricercatori a focalizzarsi sulla possibilità che la mindfulness possa essere praticata e insegnata anche on line. Uno studio pubblicato da Querstret e collaboratori della scuola di psicologia dell’università di Surrey nel Regno Unito, ad esempio, si è recentemente focalizzato sui possibili effetti sul benessere psicologico di un programma on line di mindfulness proposto a un gruppo di 118 persone che non soffrivano di particolari disturbi medici o psichiatrici, metà dei quali sono stati indirizzati al gruppo di mindfulness e metà ad una lista d’attesa.

I ricercatori hanno osservato come, rispetto ai soggetti del gruppo di controllo, i partecipanti al corso on line di mindfulness, riportassero al termine del percorso più bassi livelli di ansia, stress e umore depresso, effetti che erano riscontrabili anche al follow-up settimane dopo il termine del percorso. Dallo studio è emerso anche che lo sviluppo di una migliore abilità di non giudicare l’esperienza presente ma di accoglierla così com’era sarebbe stato uno degli ingredienti chiave dei cambiamenti benefici osservati nel gruppo di praticanti di mindfulness. Complessivamente le evidenze attuali, seppur preliminari, sembrano quindi suggerire che la mindfulness possa ragionevolmente essere proposta e appresa anche on line. Probabilmente condividere uno spazio e un luogo in cui ritrovarsi a praticare assieme è e sarà sempre un’esperienza non del tutto sostituibile ma nel frattempo, in caso di bisogno, perché non provare? 

Alberto Chiesa

La mindfulness (consapevolezza non giudicante del momento presente) sta ricevendo crescente attenzione sia dal punto di vista della comunità scientifica che del pubblico generale. Col crescere della sua diffusione, diventa cruciale chiarire un dubbio che molte persone tendono ad avere: la mindfulness è una pratica di rilassamento? E, se non lo è, in cosa si distingue dal rilassamento? Quali sono le caratteristiche distintive dei due approcci? A tali domande hanno di recente dato risposta Christina Luberto e colleghi dell’università del Massachusetts. Come gli autori spiegano con chiarezza nel loro articolo, sebbene entrambe le pratiche possano portare ad un maggiore livello di rilassatezza complessiva, che tende ad aumentare con il crescere dell’esperienza, i due approcci sono contraddistinti anche da significative differenze.

In primo luogo, secondo il modello a cui si ispirano le principali pratiche di rilassamento, tra cui la “risposta al rilassamento”, lo stress sarebbe causato da stati di stress cronico ed eccessivo e l’atto intenzionale di coltivare il rilassamento sarebbe l’antidoto ai danni causati da livelli di stress eccessivo. Dal punto di vista delle pratiche di mindfulness, invece, il vero problema alla radice della sofferenza sarebbero i nostri abituali atteggiamenti reattivi e inconsapevoli che la mindfulness può aiutarci ad affrontare imparando a diventare più consapevoli del loro attivarsi e, successivamente, rendendoci più in grado di modularli.

In secondo luogo, mentre l’enfasi delle pratiche di rilassamento viene posta sulla coltivazione dell’abilità di raggiungere una stato di rilassatezza caratterizzata da una maggiore attivazione del sistema parasimpatico rispetto a quella del sistema simpatico, e, di conseguenza, sul cambiare il proprio stato interno, qualora questo sia di eccessivo “stress”, le pratiche di mindfulness ci insegnano che, alla lunga, e forse paradossalmente per alcuni, il modo migliore per far fronte allo stress e alla sofferenza che ne deriva è quello di imparare accogliere le esperienze con cui entriamo in contatto, incluse quelle spiacevoli, con un atteggiamento non reattivo e non giudicante.

Infine, se rispetto agli esiti clinici, entrambi gli approcci possono portare a una riduzione dello stress e dell’ansia da un lato e a un incremento delle emozioni “positive” (come fiducia, serenità, pace) dall’altro, sembra che i meccanismi attraverso cui operano potrebbero essere significativamente differenti: mentre le pratiche di rilassamento agirebbero, appunto, promuovendo una maggiore facilitazione di accesso a questo stato interno che, col tempo, sembra diventare sempre più accessibile a chi pratica con continuità, le pratiche di mindfulness agiscono soprattutto promuovendo una maggiore disidentificazione dai propri pensieri automatici precedentemente scambiati per “la realtà” delle cose, una riduzione delle preoccupazioni e del rimuginio e soprattutto una maggiore abilità di identificare i propri automatismi e i propri pregiudizi e di rispondere consapevolmente anziché reagire reattivamente alle sfide della vita.

In conclusione, sebbene i due approcci possano portare, almeno in parte, a benefici sovrapponibili, è altresì vero che le vie attraverso cui facilitano la coltivazione di una maggiore stabilità interiore sembra essere largamente differente. Sarebbe quindi utile che le persone interessate si accostassero all’uno piuttosto che all’altro approccio dopo un’attenta valutazione dei propri scopi, caratteristiche e preferenze individuali in modo che l’impegno richiesto per entrambi i percorsi possa essere compensato quanto più possibile da un senso di soddisfazione legato alla sensazione di impegnarsi un approccio in linea con i propri bisogni e la propria persona.

Fonte: A Perspective on the Similarities and Differences Between Mindfulness and Relaxation

Christina M Luberto, PhD,1,2 Daniel L Hall, PhD,1,2 Elyse R Park, PhD, MPH,1,2 Aviad Haramati, PhD,3 and Sian Cotton, PhD4

Glob Adv Health Med. 2020 Published online 2020 Feb 5

Da sempre, sia nell’ambito della filosofia che della psicologia, ci si è chiesti quali fattori contribuissero maggiormente ad incrementare la felicità soggettivamente percepita e a ridurre la sofferenza emotiva. Diversi autori nei diversi secoli hanno dato risposte differenti. Tuttavia, più di recente un numero crescente di studi scientifici ha dimostrato come due tratti di personalità, rispettivamente l’avere un buon livello di estroversione e un’alta stabilità emotiva, siano due dei più robusti preditori di felicità nel lungo termine. In un recente studio, Ortet e collaboratori, dell’Universitat Jaume I di Castelló, hanno voluto indagare se i “livelli di mindfulness” di un dato individuo potessero a loro volta avere un effetto sulla felicità soggettivamente percepita, intendendo la mindfulness come quel tipo di consapevolezza che nasce dall’abilità di portare attenzione all’esperienza del momento presente, così com’è, e al di là dei nostri giudizi su come le cose dovrebbero essere.

A tal fine gli autori hanno invitato un numeroso gruppo di quasi 600 persone a completare dei questionari volti a valutare i propri tratti di personalità e i propri livelli di mindfulness. I primi sono stati valutai con il NEO-Five Facets Inventory e col Big Five Personality Short Questionannaire, due noti questionari volti appunto a misurare i diversi tratti di personalità che tutti quanti abbiamo, mentre i secondo sono stati misurati con il Five Facets Mindfulness Questionnaire, un noto questionario volto a misurare 5 aspetti della mindfulness, il non giudizio, l’abilità di rispondere alle situazioni in modo non reattivo, la capacità di osservare e di descrivere i propri stati d’animo e di agire con consapevolezza.

Stando ai risultati del presente studio, gli autori hanno innanzitutto confermato come un’elevata stabilità emotiva e un buon livello di estroversione correlassero positivamente con la felicità percepita. In secondo luogo, hanno osservato come, pur tenendo in conto le differenze nei livelli di personalità sopra menzionati, i soggetti che avevo punteggi più alti sulla scala del non giudizio del questionario volto a misurare i livelli di mindfulness, ovverosia i soggetti che erano maggiormente in grado di osservare e stare in contatto con i propri sentimenti e stati d’animo con un atteggiamento accogliente e non giudicante, erano a loro volta più felici di coloro che invece tendono a giudicare o a giudicarsi per i propri sentimenti, emozioni e sensazioni. Seppure indirettamente, i risultati di questo studio mostrano, concludono gli autori, come promuovere la capacità di accettare e sentire validi i propri sentimenti e stati d’animo, un atteggiamento che sta alla base di tutti i percorsi di mindfulness, possa offrire un significativo aiuto, indipendentemente dalla propria personalità di base, a vivere una vita più soddisfacente e felice.

 

Fonte

PLoS One. 2020 Feb 4;15(2):e0228655. doi: 10.1371/journal.pone.0228655. eCollection 2020.

Personality and nonjudging make you happier: Contribution of the Five-Factor Model, mindfulness facets and a mindfulness intervention to subjective well-being.

Ortet G1,2, Pinazo D3, Walker D1, Gallego S1, Mezquita L1,2, Ibáñez MI1,2.

La mindfulness può essere descritta come la consapevolezza che emergere dal prestare attenzione di proposito e in modo non giudicante allo scorrere dell’esperienza del momento presente, momento dopo momento. Da secoli la mindfulness è stata coltivata nel contesto di sentieri spirituali, come nel caso delle meditazioni Buddiste Vipassana e Zen. Più di recente sta ricevendo crescente attenzione nel panorama psicologico occidentale grazie allo sviluppo di corsi di meditazione di gruppo, generalmente della durata di 8 settimane, come la Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness e la Terapia Cognitiva basata sulla Mindfulness. Uno dei più recenti sviluppi dei moderni corsi di mindfulness di gruppo consiste nella creazione di nuovi protocolli volti ad adattarsi al meglio a specifici disturbi e/o gruppi di pazienti. Uno di tali adattamenti riguarda l’utilizzo di percorsi di mindfulness di gruppo specificatamente designati per adolescenti che soffrono di disturbi alimentari. Secondo le attuali evidenze scientifiche infatti, il numero di adolescenti con problemi alimentari è in continua crescita e i tassi di remissione legati agli attuali trattamenti non superano il 40%. Si può quindi comprendere la necessità di nuovi trattamenti che, sia come trattamenti a sé stanti, sia come trattamenti di sostegno ai trattamenti già disponibili, si focalizzino su questo tipo pazienti. In un recente articolo pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto, gli autori hanno revisionato 15 studi volti ad analizzare l’efficacia di interventi di mindfulness di gruppo specificatamente designati per curare o prevenire i disturbi alimentari negli adolescenti, o per promuovere comportamenti salutari rispetto al cibo o all’eccessiva attenziona alla propria forma fisica e peso corporeo. Nel loro insieme, i risultati della review hanno indicato come la maggior parte degli studi inclusi mostrasse un effetto benefico delle pratiche di mindfulness sull’alimentazione, e su aspetti ad essa connessa, negli adolescenti. Più nel dettaglio, i risultati osservati includevano una riduzione del peso in soggetti sovrappeso, un ridotto utilizzo di strategie problematiche legate al cibo (come l’alternanza di restrizioni e abbuffate), un focus meno marcato sulle preoccupazioni di ingrassare o di non piacere e un’aumentata spinta a interessarsi a nuovi cibi precedentemente non consumati e potenzialmente più salutari e nutrienti di quelli precedentemente assunti. Seppure i risultati di tali studi vadano al momento considerati come preliminari considerando diverse limitazioni degli studi ad oggi disponibili tra cui il focus su campioni relativamente piccoli e la scarsità di misure di follow-up dopo il termine dei percorsi esaminati, gli autori concludono che le pratiche di mindfulness potrebbero avere un impatto significativo sugli adolescenti che soffrono di disturbi alimentari e incoraggiano a svolgere ulteriori ricerche.

Review of Mindfulness-Related Interventions to Modify Eating Behaviors in Adolescents.

Omiwole M, Richardson C, Huniewicz P, Dettmer E, Paslakis G.

Nutrients. 2019 Dec 2;11(12).

Secondo l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) il cancro è la seconda causa principale di morte nei paesi sviluppati e, sebbene il tasso di sopravvivenza generale a cinque anni sia del 64% e continua a migliorare, una diagnosi di cancro è ancora percepita da molti come una sentenza di morte.

Il cancro rappresenta una minaccia su vari piani: sopravvivenza, integrità fisica, relazioni interpersonali e il senso di noi stessi.

La diagnosi di cancro crea profonda incertezza: sapere che le cellule del proprio corpo sono fuori controllo e possono ucciderci, e che tale condizione può progredire o ripresentarsi a distanza di tempo ha un impatto forte sull’equilibrio psicologico.

La parola cancro è spesso associata all’emozione della paura, al dolore, alla mutilazione chirurgica, ad un trattamento tossico e alla sensazione di una morte imminente.

Quello che prima sembrava certo ad un tratto non lo è più; ciò che prima sembrava importante ora non lo è. Una vita apparentemente normale, stabile, organizzata e pianificata all’improvviso è sottosopra.

Una volta scoperto, il tumore, pare influenzare ogni esperienza, come se la malattia fosse ovunque.

Le terapie invasive aumentano enormemente la sofferenza fisica, determinando una maggiore dipendenza e vulnerabilità e, spesso, un senso di isolamento. La persona sente un vuoto costante tra l’identità desiderata e l’identità presente.

Una percentuale alta di pazienti oncologici vive di continuo una condizione di  disagio psicologico con sintomi di ansia e depressione. La mente umana alla sofferenza primaria del cancro aggiunge ulteriori livelli di sofferenza: si vivono sentimenti di impotenza, paura, orrore. Sono inoltre presenti incredulità, confusione e pensieri catastrofici.

 Ognuno fa fronte al tumore a modo proprio, vive il proprio stato di sofferenza in modo differente, non esiste un modo giusto per farvi fronte.

Fra tutte le strategie utilizzate quelle di evitamento e ruminazione sono le meno adattive.

L’evitamento è una risposta quasi universale a esperienze di dolore, si evita tutto ciò che è associato alla malattia e si riducono tutte le attività, anche sociali, nel tentativo di proteggersi.

La ruminazione si caratterizza per la difficoltà di lasciar andare i pensieri relativi a esperienze dolorose, passate o future. Nel caso dei pazienti oncologici il focus è principalmente sul futuro: “Cosa accadrà?” e le preoccupazioni impediscono di trovare dei piani efficaci per affrontarlo.

La mindfulness offre nuovi modi di rapportarsi al trauma e alla sofferenza, in alternativa all’evitamento e alla ruminazione imparando a essere presenti nella propria esperienza emotiva, così come è, momento dopo momento, offrendo un sostegno in tale periodo di vita.

La pratica di mindfulness insegna a entrare nel momento presente, a prendere consapevolezza di tutto ciò che lo compone e di funzionare a partire da esso.

Aiuta a sviluppare il coraggio per affrontare i cicli di evitamento che aumentano inevitabilmente i livelli di disagio e di ansia.

E’ l’opposto della ruminazione mentale; la ruminazione mentale non si concentra mai sul momento presente, la mindfulness ci invita a vivere l’unico momento che ci è dato di vivere perchè il passato è ricordo, Il futuro è sconosciuto, il momento presente è ciò che possiamo conoscere (Il Buddha)

 

La pratica della mindfulness permette di rapportarsi con le esperienze spiacevoli e indesiderate in un modo nuovo, anche se si può far poco per cambiare l’esperienza in sé.

Ogni volta che pensieri ed emozioni rendono difficile agire o scegliere una direzione verso ciò che conta, è possibile assumere un atteggiamento diverso verso quello che non ci piace: lasciare che le nostre sensazioni e pensieri possano scorrere rinunciando alla lotta, accogliendoli in modo gentile, curioso e distaccato, ricordando che nulla di tutto ciò che notiamo è per sempre, tutto dentro di noi scorre in un continuo divenire. 

La mindfulness permette di sostenere il benessere personale, insegna ad essere presenti, a regolare la reattività automatica e fare pratica di gentilezza verso se stessi e gli altri. Attraverso la gentilezza ci ricordiamo di tornare ad amare, ad avere compassione ed amore verso di noi e gli altri, a connetterci con la condizione umana di tutte le persone che sono colpite dal cancro per superare l’isolamento provocato dal dolore e dall’angoscia.  E’ un’esperienza di unione che ci permette di imparare a usare i nostri doni per guarire e servire, generare pace intorno a noi e onorare quanto c’è di sacro nella vita (Kornfield, 1993)

 

Dottoressa Enza Cannavale

La mindfulness può essere descritta come la consapevolezza che emergere dal prestare attenzione di proposito e in modo non giudicante allo scorrere dell’esperienza del momento presente, momento dopo momento.

Da secoli la mindfulness è stata coltivata nel contesto di sentieri spirituali, come nel caso delle meditazioni Buddiste Vipassana e Zen. Più di recente sta ricevendo crescente attenzione nel panorama psicologico occidentale grazie allo sviluppo di corsi di meditazione di gruppo, generalmente della durata di 8 settimane, come la Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness e la Terapia Cognitiva basata sulla Mindfulness.

Ad oggi sappiamo che questi percorsi possono essere di grande aiuto sia nel favorire la riduzione dello stress che nel ridurre la sintomatologia ansiosa e depressiva e il carico emotivo negativo legato a numerosi disturbi fisici come la fibromialgia e il dolore cronico muscolo scheletrico. Tuttavia, fino ad anni recenti, solo un numero esiguo di studi si è focalizzato sul capire come la mindfulness potesse promuovere tali benefici.In un recente studio un gruppo di ricercatori guidati da Luca Iani dell’Università Europea di Roma si è focalizzato su come la mindfulness potesse promuovere i benefici clinici spesso osservati a seguito del completamente di tali percorsi focalizzandosi sulla possibilità che tale pratica offre nel migliorare la capacità di regolare le proprie emozioni negative. Per farlo i ricercatori si sono focalizzati su un campione di oltre 200 adulti a cui sono stati somministrati dei questionari volti a valutare quali fossero le principali abilità di regolazione emotiva nelle persone con più elevati livelli di mindfulness.

I risultati dello studio hanno mostrato che l’abilità di riconoscere e descrivere le proprie emozioni e di stare in contatto con l’esperienza del momento presente in modo non reattivo (due delle principali abilità coltivate nei percorsi di mindfulness) correlerebbero positivamente con l’abilità di accettare le situazioni così come vengono e con l’abilità di rivalutare anche le situazioni negative sotto una luce più positiva, ad esempio in termini di occasioni di apprendimento. Inoltre, hanno scoperto come una maggiore abilità di riflettere sulle situazioni della propria vita senza finire nell’eccesso di giudizi (un’altra abilità coltivata nei percorsi di mindfulness) correlerebbe in modo inverso con la tendenza a rimuginare sulle esperienze negative. Complessivamente i risultati di questo studio suggeriscono il fatto che essere più mindful può avere un impatto positivo significativo sia sulla capacità di accettare quanto non può essere cambiato che di ragionare in modo più lucido su come possiamo trovare quanto c’è di buono in ciò che ci capita senza finire nella trappola del rimuginio, coltivando in questo modo importanti atteggiamenti mentali che già da diversi decenni sappiamo essere legati al benessere e a un’ottimale gestione dello stress.

 

Iani, L., Lauriola, M., Chiesa, A., & Cafaro, V.. Associations between mindfulness and emotion regulation: the key roles of describing and nonreactivity. Mindfulness 2019, Volume 10, Issue 2, pp 366–375

Giovedì, 20 Giugno 2019 10:05

Una mente che vaga non è una mente felice

A chi non è mai capito di trovarsi improvvisamente da qualche parte senza riuscire a ricordarsi bene come si è arrivati in quel luogo o ritrovarsi in una stanza di casa senza poter ricordare perché eravamo andati proprio in quel punto della casa?

Questo effetto è da anni molto noto in psicologia e viene spesso chiamato “vagabondare della mente” o “sogno nello stato di veglia”.

Tuttavia, fino ad anni recenti abbiamo avuto a disposizione pochissimi dati sul fatto se questo vagabondare della mente fosse qualcosa di relativamente neutro e innocuo sul nostro benessere oppure no.

Nonostante da secoli molti maestri spirituali abbiamo parlato dell’importanza di essere pienamente consapevoli di quanto sta avvenendo nel momento presente e specifici sentieri spirituali come la meditazione Zen o percorsi psicologici come i moderni interventi basati sulla mindfulness ci ricordino di continuo l’importanza del vivere pienamente l’esperienza del qui ed ora, infatti, pochissimi studi scientifici si erano specificamente focalizzati su questo aspetto. Recente però alcuni ricercatori hanno pubblicato sulla prestigiosa rivista Science uno studio condotto su un campione di 2250 adulti.

Ai partecipanti dello studio è stato chiesto di rispondere a una app per smartphone che poteva inviare un segnale in momenti casuali della giornata. Alla ricezione del segnale, i partecipanti dovevano rispondere a queste tre domande: cosa stavano facendo, se stavano vagando mentalmente o se erano pienamente presenti in quello che stavano facendo e quanto fossero felici in quel momento. I risultati dello studio hanno mostrato tre importanti ritrovamenti. Innanzitutto, si è osservato che in media le persone passavano almeno metà del tempo in uno stato interno di mente vagante e non presente a ciò che stavano facendo. In secondo luogo, si è osservato che, indipendente dal fatto che la mente vagasse su pensieri piacevoli o spiacevoli, avere la mente che vagava era mediamente associato a una maggiore infelicità rispetto a quando si era presenti, anche se in misura minore quando la mente era distratta da pensieri piacevoli e in misura maggiore quando la mente era distratta da pensieri spiacevoli. Infine, i ricercatori hanno osservato che il migliore predittore di felicità non era tanto quello che le persone stavano facendo ma piuttosto ciò a cui stavano pensando e il fatto se stessero vagabondando con la mente oppure no. In conclusione, gli autori hanno mostrato come effettivamente la mente umana spesso divaghi e come questo vagabondare mentale abbia un grande costo in termini emotivi, suggerendo indirettamente come coltivare la mindfulness (presenza mentale) possa essere di grande aiuto non solo per essere più efficienti ma soprattutto per essere più felici.

 

 

 

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21071660

Killingsworth MA, Gilbert DT.