Lunedì, 05 Luglio 2021 09:09

Mindful eating: imparare a nutrire il corpo

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’alimentazione eccessiva e/o scorretta è uno dei quattro fattori di rischio delle più importanti patologie cronico-degenerative (malattie cardiovascolari e respiratorie, tumori, diabete, obesità), rappresentanti la principale causa di mortalità del mondo occidentale. 

Seppur a conoscenza degli ingredienti di uno stile alimentare salutare, ogni anno si spendono milioni di euro nell’acquisto di prodotti per perdere peso. L’ “industria delle diete” ci suggerisce l’idea che perderlo sia facile, eppure uno dei tipici effetti visibili a lungo termine consiste in una ripresa se non in un franco aumento del peso. Come mai seguire uno stile alimentare salutare risulta così difficile?

Mangiare non è semplicemente un atto necessario. Il nostro rapporto con il cibo è sì determinato da fattori biologici (la fame), ma è anche conseguenza di stimoli ambientali, sociali, familiari e psicologici. Il cibo veicola relazioni, significati, emozioni che non possono essere ricondotte solo ad uno schema alimentare. Mangiamo per fame e mangiamo alle feste. Offriamo del cibo ai nostri ospiti ed è con il cibo che festeggiamo un evento importante. Digiuniamo per onorare un precetto religioso. Emozioni come tristezza e rabbia trovano spesso consolazione nel cibo e non hanno nulla a che fare con il nostro bisogno di alimentarci e con l’essere affamati. Ci sono poi cibi che ci aiutano a gestire delle situazioni difficili. Cibi che ci consolano. Cibi che ci ricordano bei momenti del nostro passato e cibi che ci aiutano ad affrontare un presente difficile. 

Sebbene l’uso saltuario del cibo come veicolo di emozioni non sia di per sè sbagliato, lo diventa quando si trasforma nell’unica strategia disponibile ogni volta che sono stanco, arrabbiato, deluso, annoiato. E’ in quest’ultimo caso che diviene allora necessario comprendere le ragioni di questo comportamento e porvi rimedio.

L’emotional eating (il mangiare emotivo) è un comportamento alimentare nel quale il cibo è utilizzato allo scopo di sentirsi meglio; mangiare diventa un modo per riempire dei “vuoti” emotivi, piuttosto che per riempire lo stomaco, e spesso avviene in modo automatico e senza la nostra consapevolezza. 

Il cibo come strumento di gestione delle emozioni è risultato chiaro anche durante questi lunghi mesi di pandemia. La quarantena, lo stare soli, la rinuncia ad attività sociali e ricreative sembrerebbe aver prodotto un malessere che per molti è stato gestito con il cibo. “Mi annoio. Che faccio? Mangio”. “Sono in ansia. Che faccio? Mangio”.“Sono arrabbiato. Che faccio? Mangio.” Uno studio condotto da un team di ricerca dell’Università di Padova (Checcetto et al. 2021), effettuato per comprendere l’impatto dell’isolamento sulle abitudini alimentari della popolazione italiana, ha dimostrato un aumento di disturbi da fame emotiva e alimentazione incontrollata (episodi in cui si assumono grandi quantità di cibo in un tempo relativamente breve con la sensazione di perdere il controllo su cosa e quanto si stia mangiando) sia nella fase di lockdown completo che nella fase di minori misure restrittive. Più è alto il livello di alessitimia, la difficoltà cioè di identificare i propri sentimenti e nel distinguere tra sensazioni emotive e fisiche, maggiori sono le probabilità di incorrere in episodi di fame emotiva. 

Se mangiare è diventato un automatismo e nel cibo riversiamo le nostre emozioni, non basta quindi conoscere le linee guida di una sana alimentazione, ma bisogna imparare ad instaurare un nuovo rapporto con il cibo.  Quali rimedi? 

Partecipare a un protocollo Mindful Eating (MB-EAT) si è dimostrato efficace nella gestione del rapporto con il cibo e nel promuovere una relazione più equilibrata con l’alimentazione. L’applicazione della mindfulness all’alimentazione mira a prendere contatto con i propri stati interni ed emozioni e ad operare scelte alimentari più consapevoli. Il protocollo, ideato da Jean L. Kristeller (1999), ha l’obiettivo di rompere il circolo vizioso che lega lo stress o una difficoltà a gestire le emozioni e il cibo. E’ stato quindi creato per quelle persone che hanno la tendenza a mangiare in modo inconsapevole quando sono sotto la spinta emotiva o in condizioni di stress, che hanno abitudini alimentari disordinate o che soffrono di sovrappeso o obesità, con un miglioramento del comportamento alimentare e la perdita di peso (Daubenmier et. al., 2011; Mason et. Al., 2016). 

Il corso, strutturato in incontri di gruppo a cadenza settimanale, prevede l’apprendimento di strumenti pratici, tecniche e modalità specifiche finalizzate a sviluppare un nuovo rapporto col cibo, non basato su divieti, programmi, restrizioni, ma su un’esplorazione genuina e curiosa, aperta e sincera, volta a recuperare un rapporto sereno, saggio e positivo con il cibo, con l’alimentazione e con il nostro corpo. Mangiare in modo consapevole vuol dire acquisire un nuovo e duraturo rapporto con il cibo, un’opportunità per imparare cosa e come mangiare. E’ un modo per imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo e capire la differenza che c’è tra un’attivazione che spinge a mangiare o a non mangiare dovuta allo stress, alla fame o alla sazietà. Ci aiuta a comprendere meglio le emozioni, a viverle in modo più funzionale al proprio benessere e a creare nuove modalità funzionali di interazione con il cibo (es. gestire gli attacchi di fame emotiva, gestire meglio l’onda emotiva e i pensieri disfunzionali legati all’assunzione del cibo).

 

Dott.ssa Francesca Giglio

 

C. Ceccetto, M. Aiello, C. Gentili, S. Ionta, S.A. Osimo (2021). Incresed emotional eating during COVID-19 associated with lockdown, psychological and social distress. Appetite. 160, 105122

Lilian Cheung, Thich Nhat Hanh (2010). Savor: Mindful Eating, Mindful Life. HarperCollins Editore

La diagnosi di cancro e le sfide che accompagnano la malattia  coinvolgono  il paziente,  la sua famiglia e l’ambiente sociale. I principali problemi che il paziente oncologico deve affrontare sono la presenza di  stress cronico, possibili recidive, un contesto di vita mutevole e imprevedibile, dove c’è la necessità di affrontare l’incertezza e gestire il dolore.  Il vissuto del paziente oncologico è complesso,  caratterizzato da un’ insieme di sintomi psicologici (ansiosi, depressivi, post-traumatici) e fisici (il dolore, la nausea, la l’affaticamento), con cui la persona deve convivere, a volte, per molto tempo. Grazie allo sviluppo di terapie mediche sempre più efficaci, la sfida a cui va incontro il paziente oncologico e la sua famiglia è la ricerca di un adattamento nel tempo. Le pratiche di mindfulness possono rappresentare un aiuto preziosissimo per la gestione dei vissuti psicologici e per affrontare le sfide nella quotidianità?  Cos’è la mindfulness? In che modo può essere di aiuto per i pazienti oncologici ed i familiari? La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare intenzionalmente attenzione al dispiegarsi dell’esperienza nel momento presente, in modo non giudicante, e può essere coltivata tramite apposite pratiche di meditazione e programmi strutturati come il protocollo di Riduzione dello Stress Basata sulla Mindfulness (MBSR) di J. Kabat Zinn.

Gli approcci terapeutici basati sulla mindfulness  si fondano sull’idea che la nostra sofferenza emerga in realtà più dal come ci relazioniamo all’esperienza di dolore, disagio e difficoltà che dall’esperienza stessa. Attraverso le pratiche di mindfulness,  è possibile ridurre l’angoscia rispetto a quanto accade nella vita, apprendendo un nuovo modo di stare in relazione con la nostra vita e con  l' esperienze spiacevoli. 

Ad oggi, sono stati sviluppati due principali protocolli di mindfulness per i pazienti oncologici: il protocollo Mindfulness Based Cancer Recovery MBCR di L. Carlson, che ha alla base i principi del protocollo MBSR e pone l’attenzione su come affrontare il cancro, i sintomi come il dolore, la nausea e le emozioni difficili, e Il protocollo MBCT-CA (Terapia Cognitiva basata sulla Mindfulness per il cancro) di T. Bartley. L’MBCT-CA è un programma basato sul protocollo MBCT per la depressione, e pone l’attenzione sui modi di interpretare, di fronteggiare gli eventi  quando vi è una minaccia alla sopravvivenza, quindi la risposta che i pazienti oncologici mettono in atto quando hanno la diagnosi di cancro o cambiamenti di stato della malattia. 

Le pratiche di mindfulness su cui si basano i protocolli permettono ai partecipanti di diminuire il livello di reattività abituale agli eventi. Le ricerche scientifiche riportano come la continuità nelle pratiche permetta di cambiare la relazione con i pensieri e con le emozioni negative, imparando a lasciar andare le paure e le ruminazioni mentali, interrompendo quei processi automatici che portano all’ansia e alla disperazione.  Gli interventi basati sulla mindfulness per pazienti oncologici sono efficaci nel ridurre lo stress, e nel migliorare i sintomi fisici e i disturbi dell’umore. Una recente meta-analisi di studi sui protocolli di mindfulness con pazienti oncologici ha dimostrato che questi interventi hanno un effetto significativo sul disagio psicologico, sui sintomi di ansia, depressione, paura di recidiva, sui sintomi fisici, evidenziando un miglioramento della qualità della vita dei pazienti. In uno studio recente, su un campione di 88 pazienti con una diagnosi di cancro spagnoli, a cui è stato proposto il protocollo MBCT-Ca, si è evidenziato una riduzione della psicopatologia dei pazienti (depressione), un aumento della loro qualità di vita (salute fisica generale, stato emotivo e funzionamento personale), e un aumento della consapevolezza del loro stato emotivo. 

La pratica della mindfulness ci permette di imparare a lasciar andare il biasimo e l’auto-giudizio  per coltivare un approccio più gentile verso noi stessi, imparando “a stare con l’esperienza così com’è ” anche rispetto alle emozioni più difficili, e a voltarsi verso la sofferenza con un’attitudine di cura e accoglienza. Può essere un aiuto prezioso per il paziente oncologico e per i suoi familiari.

 

Dott.ssa Elena Giannoni

Essere genitori è un compito impegnativo e delicato, talvolta faticoso, e non è un caso se spesso se ne parla come di un vero e proprio “lavoro”. Nel tentativo di svolgerlo al meglio, l’adulto che diventa genitore spesso va alla ricerca di informazioni che lo possano aiutare, di prescrizioni utili, ma poi è proprio nei momenti di difficoltà, quando i vissuti emotivi diventano più intensi, che tutte le nozioni apprese possono risultare meno disponibili: difficili da ricordare e da applicare. Ed è in queste occasioni che il concetto di mindfulness, e la sua pratica, possono venire in soccorso, rivelandosi un valido strumento di sostegno alla genitorialità. 

Il termine “mindfulness” viene tradotto in italiano con “consapevolezza” o con l’espressione “presenza mentale”, e può essere descritto come l’abilità di portare attenzione alla propria esperienza del momento presente in un modo particolare: con intenzione, e con un’attitudine non giudicante. Si concretizza quindi in una specifica modalità con cui possiamo relazionarci alla nostra esperienza, interna ed esterna.

Le applicazioni della mindfulness in ambito psicologico sono ormai numerose, e alcune più recenti riguardano per l’appunto il tema della genitorialità: ne è un valido esempio il programma Mindful Parenting, ideato dalla psicoterapeuta cognitivista Susan Bögels e dai suoi collaboratori negli ultimi 20 anni.

Integrando i più noti protocolli MBSR (Mindfulness-based Stress Reduction) ed MBCT (Mindfulness-based Cognitive Therapy), il Mindful Parenting è un intervento di gruppo che ha l’obiettivo di supportare i genitori nella loro difficile funzione, promuovendo la consapevolezza del momento presente nella relazione genitori-figli. All’interno del percorso di 8 incontri, questa particolare presenza e attenzione nella relazione viene coltivata con l’allenamento nelle pratiche di meditazione formale, ma anche fin da subito integrata nel contesto della vita quotidiana come mezzo per gestire lo stress, le emozioni difficili e quegli schemi comportamentali – anche frutto di apprendimenti all’interno del contesto familiare di origine – che solitamente vengono agiti perlopiù inconsapevolmente: i genitori vengono quindi guidati nel coltivare un atteggiamento più consapevole, e meno reattivo e giudicante nei confronti dei loro figli. In questo senso non si tratta quindi di un insegnamento di nozioni da applicare all’occorrenza, ma della promozione di una diversa modalità di stare nella relazione, e pertanto di essere nella relazione.

Il programma si rivolge a genitori con particolari problemi che interferiscono con le loro abilità genitoriali (es. psicopatologie), che hanno figli con specifiche problematiche di sviluppo, ma anche a genitori sotto stress, con difficoltà relazionali con i propri figli, o che semplicemente hanno il desiderio di migliorarsi nel loro essere genitori: è un protocollo che risulta quindi idoneo come intervento clinico ma anche come intervento preventivo. La sua efficacia è stata dimostrata in setting clinici e sperimentali.

 

 

Fonti:

Bögels S., Mindful Parenting. Per costruire una relazione consapevole con i nostri figli, E-D Enrico Damiani Editore, Brescia 2020

Bögels S., Restifo K., Mindful Parenting: A Guide for Mental Health Practitioners, W.W. Norton & Company, New York, 2015

Kabat-Zinn M., Kabat-Zinn J., Il genitore consapevole, Tea, Milano 2018

Piacenti A., Colasanti A.R., I programmi di Mindful Parenting come efficace sostegno alla genitorialità: analisi dell’esistente, in ResearchGate.net, marzo 2019 

https://www.researchgate.net/publication/335686180_I_programmi_di_Mindful_Parenting_come_efficace_sostegno_alla_genitorialita_analisi_dell'esistente

Negli ultimi 20 anni la mindfulness ha suscitato crescente interesse sia da parte della comunità scientifica che del pubblico generale. Definibile come l’abilità di “prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in modo non giudicante, allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento”, la pratica della mindfulness è da sempre stata tenuta in grande considerazione in numerosi sentieri spirituali come quelli della tradizione Buddista Vipassana e Zen. Più di recente, la mindfulness è entrata a pieno titolo nella moderna psicologica occidentale in cui, praticata sia individualmente che in gruppo, si è dimostrata molto efficace nel ridurre la sofferenza psicologica in una grande varietà di condizioni mediche e psicologiche, quantomeno tra gli adulti.

Meno attenzione è stata data invece fino a tempi recenti alla possibile utilità del far praticare la mindfulness ai bambini di età scolare (7-11 anni). Tuttavia, un gruppo di ricercatori guidati dal dot. Amundsen del dipartimento di psicologia dell’università di Northumbria, nel regno Unito, ha recentemente pubblicato uno studio in cui un gruppo di circa 100 bambini è stato diviso in tre gruppi che includevano un gruppo di mindfulness (Living Mindfully Primary Programme), un gruppo di controllo psicoeducativo e un gruppo indirizzato ad una lista di attesa.

I risultati dello studio hanno dimostrato come i bambini indirizzati al gruppo di mindfulness, sia al termine dell’esperienza di gruppo che a un successivo follow-up, riportassero di sentirsi significativamente meglio, di avere un atteggiamento più positivo, e di percepire una migliore qualità di vita, sia rispetto al gruppo di controllo indirizzato alla lista d’attesa sia rispetto al gruppo di controllo indirizzato alla psicoeducazione. Gli autori hanno anche osservato come sia stato relativamente semplice adattare il programma di mindfulness oggetto di studio ai bambini. Complessivamente, i risultati dello studio suggeriscono fortemente come, con opportuni adattamenti, la mindfulness possa essere utile anche per i bambini di età scolare e sarebbe quindi da incoraggiare al fine di favorire una migliore conoscenza e regolazione delle proprie emozioni e la promozione di più elevati livelli di benessere. 
Alberto Chiesa

Da sempre filosofi, teologi e mistici si sono interrogati su cosa voglia dire vivere con pienezza e su quale sia la via migliore per poterlo fare. Una delle principali dicotomie che ha maggiormente influenzato il pensiero psicologico tanto antico quanto moderno è stata la divisione tra benessere edonistico e benessere eudamonico. Secondo questa visione, il benessere edonistico sarebbe quello caratterizzato dal tentativo di conseguire dei piaceri immediati mentre il benessere eudamonico sarebbe quello caratterizzato da una costante ricerca personale volta a comprendere cosa porti a una felicità duratura e dalle azioni volte ad allineare la propria vita con questo scopo.

Sebbene l’edonismo sia stato occasionalmente visto nella storia come la via maestra per ottenere felicità e pienezza, nei secoli l’esperienza, la riflessione e infine la ricerca scientifica hanno mostrato come il benessere eudamonico sia quello in grado di produrre una soddisfazione di gran lunga più stabile e profonda per l’essere umano. Secondo quest’ottica, star bene non vorrebbe quindi dire cercare continue gratificazioni sensoriali e al contempo cercare di evitare ogni possibile fonte di sofferenza, quanto piuttosto coltivare un atteggiamento di auto-osservazione caratterizzato da un ascolto di sé che sia in grado di mettere in luce ciò che davvero ha valore per noi, anche se non sempre facile e immediato da raggiungere, assieme all’abilità e alla volontà di agire coerentemente con le prese di consapevolezza derivate da questo ascolto.  

Secondo questa prospettiva, inoltre, star bene non implicherebbe il vivere di momenti piacevoli in modo il più possibile continuativo ma piuttosto sapere vivere a quella “giusta distanza” che ci permetterebbe da un lato di entrare in contatto con ciò che ha per noi maggiore valore e significato e di fare del nostro meglio per perseguirlo, dall’altro di non diventare ossessionati da questa ricerca e dalla bramosia di vedere risultati immediati. La domanda diventa quindi: come imparare ad ascoltarci più in profondità e come agire coerentemente con le prese di consapevolezza che ne derivano?

Uno degli approcci più promettenti è quello offerto da una disciplina oggi molto nota in occidente col nome di mindfulness. Mindfulness è un termine utilizzato per indicare una consapevolezza delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri e dei bisogni che albergano in noi in ogni dato momento, al di là delle aspettative e dei giudizi su ciò che secondo noi dovremmo sentire o pensare in una data situazione. Lo sviluppo di questa consapevolezza è stato messo da sempre al centro di numerosi sentieri spirituali e coltivato attraverso numerose pratiche di meditazione come la meditazione Vipassana e la meditazione Zen.

Secondo quanto evidenziato da studiosi di rilievo tra cui Eric Garland dell’università dello Utah e collaboratori, praticare la mindfulness ci aiuterebbe innanzitutto a prendere maggiore contatto in modo non giudicante con le nostre sensazioni ed emozioni in ogni dato momento. Questa presa di contatto ci permetterebbe di affinare la nostra abilità di auto-ascolto, aspetto che, a sua volta, ci permetterebbe da un lato di notare con più chiarezza cosa è sintonico con i nostri bisogni e cosa invece non lo è, e dall’altro di imparare a tollerare in modo meno reattivo gli inevitabili stati d’animo di sofferenza in cui quotidianamente ci imbattiamo.

In secondo luogo, la pratica della mindfulness, aiutandoci a osservare come dei testimoni imparziali i flussi di pensiero che continuativamente attraversano la nostra mente, senza però esserne sopraffatti, ci permettere di riconoscere quali sono i desideri e le paure del momento che a volte ci appaiono oltremodo urgenti o inaffrontabili ma in realtà, a ben guardarle, sono poco più che nuvole passeggere nello spazio più ampio del cielo della nostra consapevolezza, e quali sono invece le aspirazioni più genuine che albergano in noi e verso le quali con pazienza, pratica e creatività possiamo scegliere di protenderci. In altre parole, la pratica della mindfulness, da un lato allenandoci all’autoascolto, dall’altro invitandoci a fidarci delle nostre percezioni e stati d’animo e, dall’altro ancora insegnandoci a non agire con troppa ingenuità sulla base dell’impulso del momento ma a valutare di caso in caso cosa è davvero importante per noi e cosa non lo è, può rivelarsi uno strumento di prima scelta per tutti coloro che cercano un benessere stabile e profondo di cui tutti i maestri del passato e del presente ci hanno sempre parlato ma che solo in pochi, senza un’adeguata pratica e motivazione, riescono davvero ad afferrare.

Dott. Alberto Chiesta

In periodi come quello attuale in cui tutti quanto passiamo la maggior parte del nostro tempo in casa, le nostre abitudini, anche le più normali, come frequentare amici, ristoranti, locali, ma anche strutture dove si tengono colloqui individuali o corsi di gruppo, sono fortemente limitate se non addirittura completamente stravolte. Per questa ragione molte persone si stanno rivolgendo al web cercando di fare on line quello che prima facevano in luoghi fisici distinti dalla propria abitazione. Molta attenzione sta venendo data in questo periodo alla pratica della mindfulness e alla possibilità di farla on line, anche se non senza scetticismo, almeno da parte di molte persone. Ma cos’è di preciso la mindfulness? Può essere di aiuto? E soprattutto può essere utile anche on line?

Innanzitutto, la mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito all’esperienza del momento presente, in modo accogliente e non giudicante, momento dopo momento, e può essere coltivata tramite apposite pratiche di meditazione e percorsi strutturati di cui il protocollo di Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness (RSBM), sviluppato dal professor Jon Kabat-Zinn dell’università del Massachusetts, è senza dubbio il più noto e studiato da un punto di vista scientifico. Ad oggi ci sono numerosi studi che dimostrano come il protocollo di RSBM, così come molti altri percorsi basati sulla mindfulness che si sono sviluppati a partire dal percorso originariamente sviluppato da Kabat-Zinn, possano essere di significativo aiuto nel ridurre lo stress in popolazioni non cliniche, così come nel ridurre l’ansia e l’umore depresso, oltre che nel migliorare le emozioni “positive” come la calma, la fiducia e il senso di sicurezza, e la qualità della vita soggettivamente percepita, sia in persone senza disturbi clinici rilevanti che in persone con disturbi psichiatrici e malattie croniche.

Sebbene finora la maggior parte degli studi si sia focalizzata su corsi in cui i praticanti partecipano ai gruppi di mindfulness di persona, gli sviluppi del web hanno più di recente spinto i ricercatori a focalizzarsi sulla possibilità che la mindfulness possa essere praticata e insegnata anche on line. Uno studio pubblicato da Querstret e collaboratori della scuola di psicologia dell’università di Surrey nel Regno Unito, ad esempio, si è recentemente focalizzato sui possibili effetti sul benessere psicologico di un programma on line di mindfulness proposto a un gruppo di 118 persone che non soffrivano di particolari disturbi medici o psichiatrici, metà dei quali sono stati indirizzati al gruppo di mindfulness e metà ad una lista d’attesa.

I ricercatori hanno osservato come, rispetto ai soggetti del gruppo di controllo, i partecipanti al corso on line di mindfulness, riportassero al termine del percorso più bassi livelli di ansia, stress e umore depresso, effetti che erano riscontrabili anche al follow-up settimane dopo il termine del percorso. Dallo studio è emerso anche che lo sviluppo di una migliore abilità di non giudicare l’esperienza presente ma di accoglierla così com’era sarebbe stato uno degli ingredienti chiave dei cambiamenti benefici osservati nel gruppo di praticanti di mindfulness. Complessivamente le evidenze attuali, seppur preliminari, sembrano quindi suggerire che la mindfulness possa ragionevolmente essere proposta e appresa anche on line. Probabilmente condividere uno spazio e un luogo in cui ritrovarsi a praticare assieme è e sarà sempre un’esperienza non del tutto sostituibile ma nel frattempo, in caso di bisogno, perché non provare? 

Alberto Chiesa

La mindfulness (consapevolezza non giudicante del momento presente) sta ricevendo crescente attenzione sia dal punto di vista della comunità scientifica che del pubblico generale. Col crescere della sua diffusione, diventa cruciale chiarire un dubbio che molte persone tendono ad avere: la mindfulness è una pratica di rilassamento? E, se non lo è, in cosa si distingue dal rilassamento? Quali sono le caratteristiche distintive dei due approcci? A tali domande hanno di recente dato risposta Christina Luberto e colleghi dell’università del Massachusetts. Come gli autori spiegano con chiarezza nel loro articolo, sebbene entrambe le pratiche possano portare ad un maggiore livello di rilassatezza complessiva, che tende ad aumentare con il crescere dell’esperienza, i due approcci sono contraddistinti anche da significative differenze.

In primo luogo, secondo il modello a cui si ispirano le principali pratiche di rilassamento, tra cui la “risposta al rilassamento”, lo stress sarebbe causato da stati di stress cronico ed eccessivo e l’atto intenzionale di coltivare il rilassamento sarebbe l’antidoto ai danni causati da livelli di stress eccessivo. Dal punto di vista delle pratiche di mindfulness, invece, il vero problema alla radice della sofferenza sarebbero i nostri abituali atteggiamenti reattivi e inconsapevoli che la mindfulness può aiutarci ad affrontare imparando a diventare più consapevoli del loro attivarsi e, successivamente, rendendoci più in grado di modularli.

In secondo luogo, mentre l’enfasi delle pratiche di rilassamento viene posta sulla coltivazione dell’abilità di raggiungere una stato di rilassatezza caratterizzata da una maggiore attivazione del sistema parasimpatico rispetto a quella del sistema simpatico, e, di conseguenza, sul cambiare il proprio stato interno, qualora questo sia di eccessivo “stress”, le pratiche di mindfulness ci insegnano che, alla lunga, e forse paradossalmente per alcuni, il modo migliore per far fronte allo stress e alla sofferenza che ne deriva è quello di imparare accogliere le esperienze con cui entriamo in contatto, incluse quelle spiacevoli, con un atteggiamento non reattivo e non giudicante.

Infine, se rispetto agli esiti clinici, entrambi gli approcci possono portare a una riduzione dello stress e dell’ansia da un lato e a un incremento delle emozioni “positive” (come fiducia, serenità, pace) dall’altro, sembra che i meccanismi attraverso cui operano potrebbero essere significativamente differenti: mentre le pratiche di rilassamento agirebbero, appunto, promuovendo una maggiore facilitazione di accesso a questo stato interno che, col tempo, sembra diventare sempre più accessibile a chi pratica con continuità, le pratiche di mindfulness agiscono soprattutto promuovendo una maggiore disidentificazione dai propri pensieri automatici precedentemente scambiati per “la realtà” delle cose, una riduzione delle preoccupazioni e del rimuginio e soprattutto una maggiore abilità di identificare i propri automatismi e i propri pregiudizi e di rispondere consapevolmente anziché reagire reattivamente alle sfide della vita.

In conclusione, sebbene i due approcci possano portare, almeno in parte, a benefici sovrapponibili, è altresì vero che le vie attraverso cui facilitano la coltivazione di una maggiore stabilità interiore sembra essere largamente differente. Sarebbe quindi utile che le persone interessate si accostassero all’uno piuttosto che all’altro approccio dopo un’attenta valutazione dei propri scopi, caratteristiche e preferenze individuali in modo che l’impegno richiesto per entrambi i percorsi possa essere compensato quanto più possibile da un senso di soddisfazione legato alla sensazione di impegnarsi un approccio in linea con i propri bisogni e la propria persona.

Fonte: A Perspective on the Similarities and Differences Between Mindfulness and Relaxation

Christina M Luberto, PhD,1,2 Daniel L Hall, PhD,1,2 Elyse R Park, PhD, MPH,1,2 Aviad Haramati, PhD,3 and Sian Cotton, PhD4

Glob Adv Health Med. 2020 Published online 2020 Feb 5

Da sempre, sia nell’ambito della filosofia che della psicologia, ci si è chiesti quali fattori contribuissero maggiormente ad incrementare la felicità soggettivamente percepita e a ridurre la sofferenza emotiva. Diversi autori nei diversi secoli hanno dato risposte differenti. Tuttavia, più di recente un numero crescente di studi scientifici ha dimostrato come due tratti di personalità, rispettivamente l’avere un buon livello di estroversione e un’alta stabilità emotiva, siano due dei più robusti preditori di felicità nel lungo termine. In un recente studio, Ortet e collaboratori, dell’Universitat Jaume I di Castelló, hanno voluto indagare se i “livelli di mindfulness” di un dato individuo potessero a loro volta avere un effetto sulla felicità soggettivamente percepita, intendendo la mindfulness come quel tipo di consapevolezza che nasce dall’abilità di portare attenzione all’esperienza del momento presente, così com’è, e al di là dei nostri giudizi su come le cose dovrebbero essere.

A tal fine gli autori hanno invitato un numeroso gruppo di quasi 600 persone a completare dei questionari volti a valutare i propri tratti di personalità e i propri livelli di mindfulness. I primi sono stati valutai con il NEO-Five Facets Inventory e col Big Five Personality Short Questionannaire, due noti questionari volti appunto a misurare i diversi tratti di personalità che tutti quanti abbiamo, mentre i secondo sono stati misurati con il Five Facets Mindfulness Questionnaire, un noto questionario volto a misurare 5 aspetti della mindfulness, il non giudizio, l’abilità di rispondere alle situazioni in modo non reattivo, la capacità di osservare e di descrivere i propri stati d’animo e di agire con consapevolezza.

Stando ai risultati del presente studio, gli autori hanno innanzitutto confermato come un’elevata stabilità emotiva e un buon livello di estroversione correlassero positivamente con la felicità percepita. In secondo luogo, hanno osservato come, pur tenendo in conto le differenze nei livelli di personalità sopra menzionati, i soggetti che avevo punteggi più alti sulla scala del non giudizio del questionario volto a misurare i livelli di mindfulness, ovverosia i soggetti che erano maggiormente in grado di osservare e stare in contatto con i propri sentimenti e stati d’animo con un atteggiamento accogliente e non giudicante, erano a loro volta più felici di coloro che invece tendono a giudicare o a giudicarsi per i propri sentimenti, emozioni e sensazioni. Seppure indirettamente, i risultati di questo studio mostrano, concludono gli autori, come promuovere la capacità di accettare e sentire validi i propri sentimenti e stati d’animo, un atteggiamento che sta alla base di tutti i percorsi di mindfulness, possa offrire un significativo aiuto, indipendentemente dalla propria personalità di base, a vivere una vita più soddisfacente e felice.

 

Fonte

PLoS One. 2020 Feb 4;15(2):e0228655. doi: 10.1371/journal.pone.0228655. eCollection 2020.

Personality and nonjudging make you happier: Contribution of the Five-Factor Model, mindfulness facets and a mindfulness intervention to subjective well-being.

Ortet G1,2, Pinazo D3, Walker D1, Gallego S1, Mezquita L1,2, Ibáñez MI1,2.

La mindfulness può essere descritta come la consapevolezza che emergere dal prestare attenzione di proposito e in modo non giudicante allo scorrere dell’esperienza del momento presente, momento dopo momento. Da secoli la mindfulness è stata coltivata nel contesto di sentieri spirituali, come nel caso delle meditazioni Buddiste Vipassana e Zen. Più di recente sta ricevendo crescente attenzione nel panorama psicologico occidentale grazie allo sviluppo di corsi di meditazione di gruppo, generalmente della durata di 8 settimane, come la Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness e la Terapia Cognitiva basata sulla Mindfulness. Uno dei più recenti sviluppi dei moderni corsi di mindfulness di gruppo consiste nella creazione di nuovi protocolli volti ad adattarsi al meglio a specifici disturbi e/o gruppi di pazienti. Uno di tali adattamenti riguarda l’utilizzo di percorsi di mindfulness di gruppo specificatamente designati per adolescenti che soffrono di disturbi alimentari. Secondo le attuali evidenze scientifiche infatti, il numero di adolescenti con problemi alimentari è in continua crescita e i tassi di remissione legati agli attuali trattamenti non superano il 40%. Si può quindi comprendere la necessità di nuovi trattamenti che, sia come trattamenti a sé stanti, sia come trattamenti di sostegno ai trattamenti già disponibili, si focalizzino su questo tipo pazienti. In un recente articolo pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto, gli autori hanno revisionato 15 studi volti ad analizzare l’efficacia di interventi di mindfulness di gruppo specificatamente designati per curare o prevenire i disturbi alimentari negli adolescenti, o per promuovere comportamenti salutari rispetto al cibo o all’eccessiva attenziona alla propria forma fisica e peso corporeo. Nel loro insieme, i risultati della review hanno indicato come la maggior parte degli studi inclusi mostrasse un effetto benefico delle pratiche di mindfulness sull’alimentazione, e su aspetti ad essa connessa, negli adolescenti. Più nel dettaglio, i risultati osservati includevano una riduzione del peso in soggetti sovrappeso, un ridotto utilizzo di strategie problematiche legate al cibo (come l’alternanza di restrizioni e abbuffate), un focus meno marcato sulle preoccupazioni di ingrassare o di non piacere e un’aumentata spinta a interessarsi a nuovi cibi precedentemente non consumati e potenzialmente più salutari e nutrienti di quelli precedentemente assunti. Seppure i risultati di tali studi vadano al momento considerati come preliminari considerando diverse limitazioni degli studi ad oggi disponibili tra cui il focus su campioni relativamente piccoli e la scarsità di misure di follow-up dopo il termine dei percorsi esaminati, gli autori concludono che le pratiche di mindfulness potrebbero avere un impatto significativo sugli adolescenti che soffrono di disturbi alimentari e incoraggiano a svolgere ulteriori ricerche.

Review of Mindfulness-Related Interventions to Modify Eating Behaviors in Adolescents.

Omiwole M, Richardson C, Huniewicz P, Dettmer E, Paslakis G.

Nutrients. 2019 Dec 2;11(12).

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