Benessere: cosa vuole davvero?
(Di Alberto Chiesa)
Da sempre filosofi, teologi e mistici si sono interrogati su cosa voglia dire vivere con pienezza e su quale sia la via migliore per poterlo fare.
Una delle principali dicotomie che ha maggiormente influenzato il pensiero psicologico tanto antico quanto moderno è stata la divisione tra benessere edonistico e benessere eudamonico:
- Il benessere edonistico sarebbe quello caratterizzato dal tentativo di conseguire dei piaceri immediati;
- Il benessere eudamonico sarebbe quello caratterizzato da una costante ricerca personale volta a comprendere cosa porti a una felicità duratura e dalle azioni volte ad allineare la propria vita con questo scopo.
Sebbene l’edonismo sia stato occasionalmente visto nella storia come la via maestra per ottenere felicità e pienezza, nei secoli l’esperienza, la riflessione e infine la ricerca scientifica hanno mostrato come il benessere eudamonico sia quello in grado di produrre una soddisfazione di gran lunga più stabile e profonda per l’essere umano.
Secondo quest’ottica, star bene
- Non vorrebbe quindi dire cercare continue gratificazioni sensoriali e al contempo cercare di evitare ogni possibile fonte di sofferenza;
- Quanto piuttosto coltivare un atteggiamento di auto-osservazione caratterizzato da un ascolto di sé che sia in grado di mettere in luce ciò che davvero ha valore per noi, anche se non sempre facile e immediato da raggiungere, assieme all’abilità e alla volontà di agire coerentemente con le prese di consapevolezza derivate da questo ascolto.
Secondo questa prospettiva, inoltre, star bene
- Non implicherebbe il vivere di momenti piacevoli in modo il più possibile continuativo
- Ma piuttosto sapere vivere a quella “giusta distanza” che ci permetterebbe da un lato di entrare in contatto con ciò che ha per noi maggiore valore e significato e di fare del nostro meglio per perseguirlo, dall’altro di non diventare ossessionati da questa ricerca e dalla bramosia di vedere risultati immediati.
La domanda diventa quindi: come imparare ad ascoltarci più in profondità e come agire coerentemente con le prese di consapevolezza che ne derivano?
Uno degli approcci più promettenti è quello offerto da una disciplina oggi molto nota in occidente col nome di Mindfulness.
Mindfulness è un termine utilizzato per indicare una consapevolezza delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri e dei bisogni che albergano in noi in ogni dato momento, al di là delle aspettative e dei giudizi su ciò che secondo noi dovremmo sentire o pensare in una data situazione.
Lo sviluppo di questa consapevolezza è stato messo da sempre al centro di numerosi sentieri spirituali e coltivato attraverso numerose pratiche di meditazione come la meditazione Vipassana e la meditazione Zen.
Secondo quanto evidenziato da studiosi di rilievo tra cui Eric Garland dell’università dello Utah e collaboratori, praticare la mindfulness ci aiuterebbe
- Innanzitutto a prendere maggiore contatto in modo non giudicante con le nostre sensazioni ed emozioni in ogni dato momento;
- Questa presa di contatto ci permetterebbe di affinare la nostra abilità di auto-ascolto, aspetto che, a sua volta;
- Ci permetterebbe di notare con più chiarezza cosa è sintonico con i nostri bisogni e cosa invece non lo è;
- Di imparare a tollerare in modo meno reattivo gli inevitabili stati d’animo di sofferenza in cui quotidianamente ci imbattiamo.
La pratica della mindfulness, aiutandoci a osservare come dei testimoni imparziali i flussi di pensiero che continuativamente attraversano la nostra mente, senza però esserne sopraffatti, ci permettere di riconoscere quali sono i desideri e le paure del momento che a volte ci appaiono oltremodo urgenti o inaffrontabili ma in realtà, a ben guardarle, sono poco più che nuvole passeggere nello spazio più ampio del cielo della nostra consapevolezza, e quali sono invece le aspirazioni più genuine che albergano in noi e verso le quali con pazienza, pratica e creatività possiamo scegliere di protenderci.
In altre parole, la pratica della Mindfulness
- Da un lato allenandoci all’autoascolto;
- Dall’altro invitando a fidarci delle nostre percezioni e stati d’animo
- Insegnandoci a non agire con troppa ingenuità sulla base dell’impulso del momento
- Insegnandoci a valutare di caso in caso cosa è davvero importante per noi e cosa non lo è.
Può rivelarsi uno strumento di prima scelta per tutti coloro che cercano un benessere stabile e profondo di cui tutti i maestri del passato e del presente ci hanno sempre parlato ma che solo in pochi, senza un’adeguata pratica e motivazione, riescono davvero ad afferrare.
Bibliografia
- Garland E. L. (2021): "Mindful Positive Emotion Regulation as a Treatment for Addiction: From Hedonic Pleasure to Self-Transcendent Meaning". Curr Opin Behav Sci. Jun;39:168-177.
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