Sabato, 25 Aprile 2020 07:16

Ben-essere: Cosa vuole davvero dire e cosa possiamo fare per raggiungerlo e mantenerlo?

Da sempre filosofi, teologi e mistici si sono interrogati su cosa voglia dire vivere con pienezza e su quale sia la via migliore per poterlo fare. Una delle principali dicotomie che ha maggiormente influenzato il pensiero psicologico tanto antico quanto moderno è stata la divisione tra benessere edonistico e benessere eudamonico. Secondo questa visione, il benessere edonistico sarebbe quello caratterizzato dal tentativo di conseguire dei piaceri immediati mentre il benessere eudamonico sarebbe quello caratterizzato da una costante ricerca personale volta a comprendere cosa porti a una felicità duratura e dalle azioni volte ad allineare la propria vita con questo scopo.

Sebbene l’edonismo sia stato occasionalmente visto nella storia come la via maestra per ottenere felicità e pienezza, nei secoli l’esperienza, la riflessione e infine la ricerca scientifica hanno mostrato come il benessere eudamonico sia quello in grado di produrre una soddisfazione di gran lunga più stabile e profonda per l’essere umano. Secondo quest’ottica, star bene non vorrebbe quindi dire cercare continue gratificazioni sensoriali e al contempo cercare di evitare ogni possibile fonte di sofferenza, quanto piuttosto coltivare un atteggiamento di auto-osservazione caratterizzato da un ascolto di sé che sia in grado di mettere in luce ciò che davvero ha valore per noi, anche se non sempre facile e immediato da raggiungere, assieme all’abilità e alla volontà di agire coerentemente con le prese di consapevolezza derivate da questo ascolto.  

Secondo questa prospettiva, inoltre, star bene non implicherebbe il vivere di momenti piacevoli in modo il più possibile continuativo ma piuttosto sapere vivere a quella “giusta distanza” che ci permetterebbe da un lato di entrare in contatto con ciò che ha per noi maggiore valore e significato e di fare del nostro meglio per perseguirlo, dall’altro di non diventare ossessionati da questa ricerca e dalla bramosia di vedere risultati immediati. La domanda diventa quindi: come imparare ad ascoltarci più in profondità e come agire coerentemente con le prese di consapevolezza che ne derivano?

Uno degli approcci più promettenti è quello offerto da una disciplina oggi molto nota in occidente col nome di mindfulness. Mindfulness è un termine utilizzato per indicare una consapevolezza delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri e dei bisogni che albergano in noi in ogni dato momento, al di là delle aspettative e dei giudizi su ciò che secondo noi dovremmo sentire o pensare in una data situazione. Lo sviluppo di questa consapevolezza è stato messo da sempre al centro di numerosi sentieri spirituali e coltivato attraverso numerose pratiche di meditazione come la meditazione Vipassana e la meditazione Zen.

Secondo quanto evidenziato da studiosi di rilievo tra cui Eric Garland dell’università dello Utah e collaboratori, praticare la mindfulness ci aiuterebbe innanzitutto a prendere maggiore contatto in modo non giudicante con le nostre sensazioni ed emozioni in ogni dato momento. Questa presa di contatto ci permetterebbe di affinare la nostra abilità di auto-ascolto, aspetto che, a sua volta, ci permetterebbe da un lato di notare con più chiarezza cosa è sintonico con i nostri bisogni e cosa invece non lo è, e dall’altro di imparare a tollerare in modo meno reattivo gli inevitabili stati d’animo di sofferenza in cui quotidianamente ci imbattiamo.

In secondo luogo, la pratica della mindfulness, aiutandoci a osservare come dei testimoni imparziali i flussi di pensiero che continuativamente attraversano la nostra mente, senza però esserne sopraffatti, ci permettere di riconoscere quali sono i desideri e le paure del momento che a volte ci appaiono oltremodo urgenti o inaffrontabili ma in realtà, a ben guardarle, sono poco più che nuvole passeggere nello spazio più ampio del cielo della nostra consapevolezza, e quali sono invece le aspirazioni più genuine che albergano in noi e verso le quali con pazienza, pratica e creatività possiamo scegliere di protenderci. In altre parole, la pratica della mindfulness, da un lato allenandoci all’autoascolto, dall’altro invitandoci a fidarci delle nostre percezioni e stati d’animo e, dall’altro ancora insegnandoci a non agire con troppa ingenuità sulla base dell’impulso del momento ma a valutare di caso in caso cosa è davvero importante per noi e cosa non lo è, può rivelarsi uno strumento di prima scelta per tutti coloro che cercano un benessere stabile e profondo di cui tutti i maestri del passato e del presente ci hanno sempre parlato ma che solo in pochi, senza un’adeguata pratica e motivazione, riescono davvero ad afferrare.

Dott. Alberto Chiesta

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